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Giovanni Paolo II
Dominum et vivificantem

Lettera Enciclica

18 maggio 1986

INTRODUZIONE

1. La Chiesa professa la sua fede nello Spirito Santo come in colui "che è Signore e dà la vita". Così essa professa nel Simbolo di Fede, detto niceno-costantinopolitano dal nome dei due Concili — di Nicea (a. 325) e di Costantinopoli (a. 381) —, nei quali fu formulato o promulgato. Ivi si aggiunge anche che lo Spirito Santo "ha parlato per mezzo dei profeti". Sono parole che la Chiesa riceve dalla fonte stessa della sua fede, Gesù Cristo. Difatti, secondo il Vangelo di Giovanni, lo Spirito Santo è donato a noi con la nuova vita, come annuncia e promette Gesù il grande giorno della festa dei Tabernacoli: "Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno".E l'evangelista spiega: "Questo egli disse riferendosi allo Spirito, che avrebbero ricevuto i credenti in lui". È la stessa similitudine dell'acqua usata da Gesù nel colloquio con la Samaritana, quando parla della "sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" e nel colloquio con Nicodemo, quando annuncia la necessità di una nuova nascita "dall'acqua e dallo Spirito" per "entrare nel Regno di Dio". La Chiesa, pertanto, istruita dalla parola di Cristo, attingendo all'esperienza della Pentecoste ed alla propria storia apostolica, proclama sin dall'inizio la sua fede nello Spirito Santo come in colui che dà la vita, colui nel quale l'imperscrutabile Dio uno e trino si comunica agli uomini costituendo in essi la sorgente della vita eterna.

2. Questa fede, professata ininterrottamente dalla Chiesa, deve essere sempre ravvivata ed approfondita nella coscienza del Popolo di Dio. Nell'ultimo secolo ciò è avvenuto più volte: da Leone XIII, che pubblicò l'Epistola Enciclica Divinum illud munus (a. 1897), interamente dedicata allo Spirito Santo, a Pio XII, che nella Lettera Enciclica Mystici Corporis (a. 1943) si richiamò allo Spirito Santo come a principio vitale della Chiesa, nella quale opera unitamente al capo del Corpo Mistico, Cristo; al Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha fatto sentire il bisogno di una rinnovata attenzione alla dottrina sullo Spirito Santo, come sottolineava Paolo VI "Alla cristologia e specialmente all'ecclesiologia del Concilio deve succedere uno studio nuovo ed un culto nuovo sullo Spirito Santo, proprio come complemento immancabile all'insegnamento conciliare". Nella nostra epoca, dunque, siamo nuovamente chiamati dalla sempre antica e sempre nuova fede della Chiesa ad avvicinarci allo Spirito Santo come a colui che dà la vita. Ci viene qui in aiuto e ci è di sprone anche la comune eredità con le Chiese orientali le quali hanno gelosamente custodito le straordinarie ricchezze dell'insegnamento dei Padri intorno allo Spirito Santo. Anche per questo possiamo dire che uno dei più importanti eventi ecclesiali degli ultimi anni è stato il XVI centenario del I Concilio di Costantinopoli, celebrato contemporaneamente a Costantinopoli ed a Roma nella solennità della Pentecoste del 1981. Lo Spirito Santo è meglio apparso allora, grazie alla meditazione sul mistero della Chiesa, come colui che indica le vie che portano all'unione dei cristiani, anzi come la fonte suprema di questa unità, che proviene da Dio stesso ed alla quale san Paolo ha dato un'espressione particolare con le parole con cui non di rado inizia la liturgia eucaristica: "La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi". Da questa esortazione hanno preso, in un certo senso avvio e ispirazione le precedenti Encicliche Redemptor homonis e Dives in misericordia, le quali celebrano l'evento della nostra salvezza compiutosi nel Figlio, mandato dal Padre nel mondo, "perché il mondo si salvi per mezzo di lui" e "ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre". Da questa stessa esortazione nasce ora la presente Enciclica sullo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato: Persona divina, egli è al cuore stesso della fede cristiana ed è la sorgente e la forza dinamica del rinnovamento della Chiesa. Essa è stata attinta dal profondo dell'eredità del Concilio. I testi conciliari, infatti, grazie al loro insegnamento sulla Chiesa in sé e sulla Chiesa nel mondo, ci stimolano a penetrare sempre più nel mistero trinitario di Dio stesso, seguendo l'itinerario evangelico, patristico e liturgico: al Padre — per Cristo — nello Spirito Santo. In tal modo la Chiesa risponde anche a certe istanze profonde, che ritiene di leggere nel cuore degli uomini d'oggi: una nuova scoperta di Dio nella sua trascendente realtà di Spirito infinito, come lo presenta Gesù alla Samaritana; il bisogno di adorarlo "in spirito e verità" la speranza di trovare in lui il segreto dell'amore e la forza di una "nuova creazione" sì, proprio colui che dà la vita. Ad una tale missione di annunciare lo Spirito la Chiesa si sente chiamata, mentre insieme con la famiglia umana si avvicina al termine del secondo Millennio dopo Cristo. Sullo sfondo di un cielo e di una terra che "passano", essa sa bene che acquistano una particolare eloquenza le "parole che non passeranno". Sono le parole di Cristo sullo Spirito Santo, sorgente inesauribile dell'"acqua che zampilla per la vita eterna", quale verità e grazia salvatrice. Su queste parole essa vuol riflettere, a queste parole vuol richiamare i credenti e tutti gli uomini, mentre si prepara a celebrare — come si dirà più avanti — il grande Giubileo che segnerà il passaggio dal secondo al terzo Millennio cristiano. Naturalmente, le considerazioni che seguono non intendono esplorare compiutamente la ricchissima dottrina sullo Spirito Santo, né privilegiare una qualche soluzione di questioni ancora aperte. Esse hanno lo scopo precipuo di sviluppare nella Chiesa la coscienza che "è spinta dallo Spirito Santo a cooperare, perché sia portato a compimento il disegno di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per il mondo intero".

PARTE I - LO SPIRITO DEL PADRE E DEL FIGLIO, DATO ALLA CHIESA

1. Promessa e rivelazione di Gesù turante la Cena pasquale

3. Quando era ormai imminente per Gesù Cristo il tempo di lasciare questo mondo, egli annunciò agli apostoli "un altro consolatore". L'evangelista Giovanni, che era presente, scrive che, durante la Cena pasquale precedente il giorno della sua passione e morte, Gesù si rivolse a loro con queste parole: "Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio... Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità". Proprio questo Spirito di verità, Gesù chiama Paraclito — e parákletos vuol dire "consolatore", e anche "intercessore", o "avvocato". E dice che è "un altro" consolatore, il secondo, perché egli stesso, Gesù, è il primo consolatore, essendo il primo portatore e donatore della Buona Novella. Lo Spirito Santo viene dopo di lui e grazie a lui, per continuare nel mondo, mediante la Chiesa, l'opera della Buona Novella di salvezza. Di questa continuazione della sua opera da parte dello Spirito Santo Gesù parla più di una volta durante lo stesso discorso di addio, preparando gli apostoli, riuniti nel Cenacolo, alla sua dipartita, cioè alla sua passione e morte in Croce. Le parole, alle quali faremo qui riferimento, si trovano nel Vangelo di Giovanni, Ognuna di esse aggiunge un certo contenuto nuovo a quell'annuncio e a quella promessa. Al tempo stesso, esse sono intrecciate intimamente tra di loro non solo dalla prospettiva dei medesimi eventi, ma anche dalla prospettiva del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che forse in nessun passo della Sacra Scrittura trova un'espressione così rilevata come qui.

4. Poco dopo l'annuncio surriferito Gesù aggiunge: "Ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto". Lo Spirito Santo sarà il consolatore degli apostoli e della Chiesa, sempre presente in mezzo a loro — anche se invisibile — come maestro della medesima Buona Novella che Cristo annunciò. Quell'"insegnerà" e "ricorderà" significa non solo che egli, nel modo a lui proprio, continuerà ad ispirare la divulgazione del Vangelo di salvezza, ma anche che aiuterà a comprendere il giusto significato del contenuto del messaggio di Cristo; che ne assicurerà la continuità ed identità di comprensione in mezzo alle mutevoli condizioni e circostanze. Lo Spirito Santo, dunque, farà sì che nella Chiesa perduri sempre la stessa verità, che gli apostoli hanno udito dal loro Maestro.

5. Nel trasmettere la Buona Novella, gli apostoli saranno associati in modo speciale allo Spirito Santo. Ecco come continua a parlare Gesù: "Quando verrà il consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio". Gli apostoli sono stati i testimoni diretti, oculari. Essi "hanno udito" e "hanno veduto con i propri occhi", "hanno guardato" e perfino "toccato con le proprie mani" Cristo, come si esprime in un altro passo lo stesso evangelista Giovanni. Questa loro umana, oculare e "storica" testimonianza su Cristo si collega alla testimonianza dello Spirito Santo: "Egli mi renderà testimonianza". Nella testimonianza dello Spirito di verità l'umana testimonianza degli apostoli troverà il supremo sostegno. E in seguito vi troverà anche l'interiore fondamento della sua continuazione tra le generazioni dei discepoli e dei confessori di Cristo, che si susseguiranno nei secoli. Se la suprema e più completa rivelazione di Dio all'umanità è Gesù Cristo stesso, la testimonianza dello Spirito ne ispira, garantisce e convalida la fedele trasmissione nella predicazione e negli scritti apostolici, mentre la testimonianza degli apostoli ne assicura l'espressione umana nella Chiesa e nella storia dell'umanità.

6. Ciò si rileva anche dalla stretta correlazione di contenuto e di intenzione con l'annuncio e la promessa appena menzionata, che si trova nelle parole successive del testo di Giovanni: "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera; perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future". Nelle precedenti parole Gesù presenta il consolatore, lo Spirito di verità, come colui che "insegnerà" e "ricorderà", come colui che gli arenderà testimonianza"; ora dice: "Egli vi guiderà alla verità tutta intera". Questo "guidare alla verità tutta intera", in riferimento a ciò di cui gli apostoli "per il momento non sono capaci di portare il peso", è in necessario collegamento con lo spogliamento di Cristo per mezzo della passione e morte di Croce, che allora, quando pronunciava queste parole, era ormai imminente. In seguito, tuttavia, diventa chiaro che quel "guidare alla verità tutta intera" si ricollega, oltre che allo scandalum Crucis, anche a tutto ciò che Cristo "fece ed insegnò". Infatti, il mysterium Christi nella sua globalità esige la fede, poiché è questa che introduce opportunamente l'uomo nella realtà del mistero rivelato. Il "guidare alla verità tutta intera" si realizza, dunque, nella fede e mediante la fede: il che è opera dello Spirito di verità ed è frutto della sua azione nell'uomo. Lo Spirito Santo deve essere in questo la suprema guida dell'uomo, la luce dello spirito umano. Ciò vale per gli apostoli, testimoni oculari, che devono ormai portare a tutti gli uomini l'annuncio di ciò che Cristo "fece ed insegnò" e, specialmente, della sua Croce e della sua Risurrezione. In una prospettiva più lontana ciò vale anche per tutte le generazioni dei discepoli e dei confessori del Maestro, poiché dovranno accettare con fede e confessare con franchezza il mistero di Dio operante nella storia dell'uomo, il mistero rivelato che di tale storia spiega il senso definitivo.

7. Tra lo Spirito Santo e Cristo sussiste, dunque, nell'economia della salvezza, un intimo legame, per il quale lo Spirito opera nella storia dell'uomo come "un altro consolatore", assicurando in maniera duratura la trasmissione e l'irradiazione della Buona Novella, rivelata da Gesù di Nazareth. Perciò, nello Spirito Santo Paraclito, che nel mistero e nell'azione della Chiesa continua incessantemente la presenza storica del Redentore sulla terra e la sua opera salvifica, risplende la gloria di Cristo, come attestano le successive parole di Giovanni: "Egli (cioè lo Spirito) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annuncerà". Con queste parole viene ancora una volta confermato tutto ciò che dicevano gli enunciati precedenti: "Insegnerà..., ricorderà..., renderà testimonianza". La suprema e completa autorivelazione di Dio, compiutasi in Cristo, testimoniata dalla predicazione degli apostoli, continua a manifestarsi nella Chiesa mediante la missione dell'invisibile consolatore, lo Spirito di verità. Quanto intimamente questa missione sia collegata con la missione di Cristo, quanto pienamente essa attinga a questa missione di Cristo, consolidando e sviluppando nella storia i suoi frutti salvifici, è espresso dal verbo "prendere": "Prenderà del mio e ve l'annuncerà". Quasi a spiegare la parola "prenderà", mettendo in chiara evidenza l'unità divina e trinitaria della fonte, Gesù aggiunge: " Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo, ho detto che prenderà del mio e ve l'annuncerà". Prendendo del "mio", per ciò stesso egli attingerà a "quello che è del Padre". Alla luce di quel "prenderà", dunque, si possono spiegare ancora le altre parole sullo Spirito Santo, pronunciate da Gesù nel Cenacolo prima della Pasqua, parole significative: "È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio". Occorrerà ritornare ancora su queste parole con una riflessione a parte.

2. Padre, Figlio e Spirito Santo

8. Caratteristica del testo giovanneo è che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vengono nominati chiaramente come Persone, la prima distinta dalla seconda e dalla terza, e anche queste tra di loro. Gesù parla dello Spirito consolatore, usando più volte il pronome personale "egli" e, al tempo stesso, in tutto il discorso di addio, svela quei legami che uniscono reciprocamente il Padre, il Figlio e il Paraclito. Pertanto, "lo Spirito... procede dal Padre" e il Padre "dà" lo Spirito. Il Padre "manda" lo Spirito nel nome del Figlio, lo Spirito "rende testimonianza" al Figlio. Il Figlio chiede al Padre di mandare lo Spirito consolatore, ma afferma e promette, altresì, in relazione alla sua "dipartita" mediante la Croce: "Quando me ne sarò andato, ve lo manderò". Dunque il Padre manda lo Spirito Santo nella potenza della sua paternità, come ha mandato il Figlio. ma, al tempo stesso, lo manda nella potenza della redenzione compiuta da Cristo — e in questo senso lo Spirito Santo viene mandato anche dal Figlio: "Ve lo manderò". Bisogna qui notare che, se tutte le altre promesse fatte nel Cenacolo annunciavano la venuta dello Spirito Santo dopo la partenza di Cristo, quella contenuta nel testo di Giovanni 16, 7 s. include e sottolinea chiaramente anche il rapporto di interdipendenza, che si direbbe causale tra la manifestazione dell'uno e dell'altro: "Quando me ne sarò andato, ve lo manderò". Lo Spirito Santo verrà, in quanto Cristo se ne andrà mediante la Croce: verrà non solo in seguito, ma a causa della redenzione compiuta da Cristo, per volontà ed opera del Padre.

9. Così nel discorso pasquale di addio si tocca — possiamo dire — l'apice della rivelazione trinitaria. Al tempo stesso, ci troviamo sulla soglia di eventi definitivi e di parole supreme, che alla fine si tradurranno nel grande mandato missionario, rivolto agli apostoli e, per loro mezzo, alla Chiesa: "Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni", mandato che contiene, in certo senso, la formula trinitaria del battesimo: "Battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo". La formula rispecchia l'intimo mistero di Dio, della vita divina che è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, divina unità della Trinità. Si può leggere il discorso di addio come una speciale preparazione a questa formula trinitaria, nella quale si esprime la potenza vivificante del Sacramento, che opera la partecipazione alla vita di Dio uno e trino, perché dà la grazia santificante come dono soprannaturale all'uomo. Per mezzo di essa questi viene chiamato e reso "capace" di partecipare all'imperscrutabile vita di Dio.

10. Nella sua vita intima Dio "è amore", amore essenziale, comune alle tre divine Persone: amore personale è lo Spirito Santo, come Spirito del Padre e del Figlio. Per questo, egli "scruta le profondità di Dio", come amore-dono increato. Si può dire che nello Spirito Santo la vita intima del Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore tra le divine Persone, e che per lo Spirito Santo Dio "esiste" a modo di dono. È lo Spirito Santo l'espressione personale di un tale donarsi, di questo essere-amore. È Persona-amore. È Persona-dono. Abbiamo qui una ricchezza insondabile della realtà e un approfondimento ineffabile del concetto di persona in Dio, che solo la Rivelazione ci fa conoscere. Al tempo stesso, lo Spirito Santo, in quanto consostanziale al Padre e al Figlio nella divinità, è amore e dono (increato), da cui deriva come da fonte (fons vivus) ogni elargizione nei riguardi delle creature (dono creato): la donazione dell'esistenza a tutte le cose mediante la creazione. la donazione della grazia agli uomini mediante l'intera economia della salvezza. Come scrive l'apostolo Paolo: "L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato".

3. Il donarsi salvifico di Dio nello Spirito Santo

11. Il discorso di addio di Cristo durante la Cena pasquale è in particolare riferimento a questo "donare" e "donarsi" dello Spirito Santo. Nel Vangelo di Giovanni si svela quasi la "logica" più profonda del mistero salvifico contenuto nell'eterno disegno di Dio, come espansione dell'ineffabile comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È la "logica" divina, che dal mistero della Trinità porta al mistero della redenzione del mondo in Gesù Cristo. La redenzione compiuta dal Figlio nelle dimensioni della storia terrena dell'uomo — compiuta nella sua "dipartita" per mezzo della Croce e della Risurrezione — viene, al tempo stesso, nella sua intera potenza salvifica, trasmessa allo Spirito Santo colui che "prenderà del mio". Le parole del testo giovanneo indicano che, secondo il disegno divino, la "dipartita" di Cristo è condizione indispensabile dell'"invio" e della venuta dello Spirito Santo, ma dicono anche che allora comincia la nuova comunicazione salvifica di Dio nello Spirito Santo.

12. È un nuovo inizio in rapporto al primo, originario inizio del donarsi salvifico di Dio, che si identifica con lo stesso mistero della creazione. Ecco che cosa leggiamo già nelle prime parole del Libro della Genesi: "In principio Dio creò il cielo e la terra..., e lo spirito di Dio (ruah Elohim) aleggiava sulle acque". Questo concetto biblico di creazione comporta non solo la chiamata all'esistenza dell'essere stesso del cosmo, cioè il donare l'esistenza, ma anche la presenza dello Spirito di Dio nella creazione, cioè l'inizio del comunicarsi salvifico di Dio alle cose che crea. Il che vale prima di tutto per l'uomo il quale è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza". "Facciamo": si può ritenere che il plurale, che il Creatore qui usa parlando di sé, suggerisca già in qualche modo il mistero trinitario, la presenza della Trinità nell'opera della creazione dell'uomo? Il lettore cristiano che conosce già la rivelazione di questo mistero, può scoprirne il riflesso anche in quelle parole. In ogni caso, il contesto del Libro della Genesi ci permette di vedere nella creazione dell'uomo il primo inizio del donarsi salvifico di Dio a misura dell'"immagine e somiglianza" di sé, da Lui concessa all'uomo.

13. Sembra, dunque che anche le parole pronunciate da Gesù nel discorso di addio debbano essere rilette in riferimento a quell'"inizio" così lontano, ma fondamentale, che conosciamo dalla Genesi "Se non me ne vado non verrà a voi il consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò". Descrivendo la sua "dipartita" come condizione della "venuta" del consolatore, Cristo collega il nuovo inizio della comunicazione salvifica di Dio nello Spirito Santo al mistero della redenzione. Questo è un nuovo inizio, prima di tutto perché tra il primo inizio e tutta la storia dell'uomo — cominciando dalla caduta originale — si è frapposto il peccato, che è contraddizione alla presenza dello Spirito di Dio nella creazione ed è, soprattutto, contraddizione alla comunicazione salifica di Dio all'uomo. Scrive san Paolo che, proprio a causa del peccato, "la creazione... è stata sottomessa alla caducità..., geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" e "attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio".

14. Perciò, Gesù Cristo dice nel Cenacolo: "È bene per voi che io me ne vada". "Quando me ne sarò andato, ve lo manderò". La "dipartita" di Cristo mediante la Croce ha la potenza della redenzione — e ciò significa anche una nuova presenza dello Spirito di Dio nella creazione: il nuovo inizio del comunicarsi di Dio all'uomo nello Spirito Santo. "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abbà, Padre!": scrive l'apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. Lo Spirito Santo è lo Spirito del Padre, come testimoniano le parole del discorso di addio nel Cenacolo. Egli è, al tempo stesso, lo Spirito del Figlio: è lo Spirito di Gesù Cristo, come testimonieranno gli apostoli e, in particolare, Paolo di Tarso. Nell'invio di questo Spirito "nei nostri cuori" inizia a compiersi ciò che "la creazione stessa attende con impazienza", come leggiamo nella Lettera ai Romani. Lo Spirito Santo viene a prezzo della "dipartita" di Cristo. Se tale "dipartita" ha causato la tristezza degli apostoli, e questa doveva raggiungere il suo culmine nella passione e nella morte del Venerdì Santo, a sua volta "questa afflizione si cambierà in gioia". Cristo, infatti, inserirà nella sua "dipartita" redentrice la gloria della risurrezione e dell'ascensione al Padre. Pertanto, la tristezza, attraverso la quale traspare la gioia, è la parte che tocca agli apostoli nel quadro della "dipartita" del loro Maestro, una dipartita "benefica", perché grazie ad essa un altro "consolatore" sarebbe venuto. A prezzo della Croce, operatrice della redenzione, nella potenza di tutto il mistero pasquale di Gesù Cristo, lo Spirito Santo viene per rimanere sin dal giorno della Pentecoste con gli apostoli, per rimanere con la Chiesa e nella Chiesa e, mediante essa, nel mondo. In questo modo si realizza definitivamente quel nuovo inizio della comunicazione del Dio uno e trino nello Spirito Santo per opera di Gesù Cristo, Redentore dell'uomo e del mondo.

4. Il Messia, unto con lo Spirito Santo

15. Si realizza anche fino in fondo la missione del Messia, cioè di colui che ha ricevuto la pienezza dello Spirito Santo per il Popolo eletto di Dio e per l'umanità intera. Letteralmente "Messia" significa "Cristo", cioè "unto" e, nella storia della salvezza, significa "unto con lo Spirito Santo". Tale era la tradizione profetica dell'Antico Testamento. Seguendola, Simon Pietro dirà nella casa di Cornelio: "Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea... dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè, come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth". Da queste parole di Pietro e da molte altre simili occorre risalire prima di tutto alla profezia di Isaia, chiamata a volte "il quinto Vangelo" oppure "il Vangelo dell'Antico Testamento". Alludendo alla venuta di un personaggio misterioso, che la rivelazione neotestamentaria identificherà con Gesù, Isaia ne collega la persona e la missione con una speciale azione dello Spirito di Dio Spirito del Signore. Ecco le parole del Profeta:

"Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,

un virgulto germoglierà dalle sue radici.

Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

spirito di sapienza e di intelligenza,

spirito di consiglio e di fortezza,

spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Si compiacerà del timore del Signore".

Questo testo è importante per l'intera pneumatologia dell'Antico Testamento, perché costituisce quasi un ponte tra l'antico concetto biblico dello "spirito", inteso prima di tutto come "soffio carismatico", e lo "Spirito" come persona e come dono, dono per la persona. Il Messia della stirpe di Davide ("dal tronco di Iesse") è proprio quella persona, sulla quale "si poserà" lo Spirito del Signore. È ovvio che in questo caso non si può ancora parlare della rivelazione del Paraclito: tuttavia, con quell'accenno velato alla figura del futuro Messia si apre, per cosi dire, la via sulla quale vien preparata la piena rivelazione dello Spirito Santo nell'unità del mistero trinitario, che si manifesterà infine nella Nuova Alleanza.

16. Proprio il Messia stesso è questa via. Nell'Antica Alleanza l'unzione era divenuta il simbolo esterno del dono dello Spirito. Il Messia, ben più di ogni altro personaggio unto nell'Antica Alleanza, è quell'unico grande Unto da Dio stesso. È l'Unto nel senso che possiede la pienezza dello Spirito di Dio. Egli stesso sarà anche il mediatore nel concedere questo Spirito all'intero Popolo. Ecco, infatti, altre parole del Profeta:

"Lo Spirito del Signore Dio è su di me,

perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione;

mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri,

a promulgare l'anno di misericordia del Signore".

L'Unto è anche mandato "con lo Spirito del Signore":

"Ora il Signore Dio ha mandato me insieme col suo spirito". (Is. 48,16)

Secondo il Libro di Isaia l'Unto e l'Inviato insieme con lo Spirito del Signore è anche l'eletto Servo del Signore, sul quale si posa lo Spirito di Dio:

 

"Ecco il mio servo che io sostengo,

il mio eletto in cui mi compiaccio;

ho posto il mio spirito su di lui".

Si sa che il Servo del Signore è rivelato nel Libro di Isaia come il vero uomo dei dolori: il Messia sofferente per i peccati del mondo. Ed insieme egli è proprio colui la cui missione porterà per l'intera umanità veri frutti di salvezza:

"Egli porterà il diritto alle nazioni...". e diventerà "l'alleanza del popolo e luce delle nazioni..."; "perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra".

Poiché:

"Il mio spirito, che è sopra di te, e le parole, che ti ho messo in bocca, non si allontaneranno dalla tua bocca né dalla bocca della tua discendenza né dalla bocca dei discendenti, dice il Signore, ora e sempre".

I testi profetici, qui riportati, devono essere letti da noi alla luce del Vangelo — come, a sua volta, il Nuovo Testamento acquista una particolare chiarificazione dalla mirabile luce contenuta in questi testi vetero-testamentari. Il profeta presenta il Messia come colui che viene nello Spirito Santo, come colui che possiede la pienezza di questo Spirito in se e, al tempo stesso, per gli altri per Israele, per tutte le nazioni, per tutta l'umanità. La pienezza dello Spirito di Dio viene accompagnata da molteplici doni, i beni della salvezza, destinati in modo particolare ai poveri e ai sofferenti, a tutti coloro che a questi doni aprono i loro cuori — a volte mediante le dolorose esperienze della propria esistenza, ma, prima di tutto, con quella disponibilità interiore che viene dalla fede. Ciò intuiva il vecchio Simeone, "uomo giusto e pio", sul quale "era lo Spirito Santo", al momento della presentazione di Gesù al Tempio, quando scorgeva in lui la "salvezza preparata dinanzi a tutti i popoli" a prezzo della grande sofferenza — la Croce —, che avrebbe dovuto abbracciare insieme con sua Madre. Ciò intuiva ancor meglio la Vergine Maria, che "aveva concepito di Spirito Santo", quando meditava in cuor suo sopra i "misteri" del Messia, a cui era associata.

17. Occorre quindi sottolineare che chiaramente lo "spirito del Signore", che "si posa" sul futuro Messia, è, anzitutto, un dono di Dio per la persona di quel Servo del Signore. Ma costui non è una persona isolata e a sé stante, perché opera per volontà del Signore, in forza della sua decisione o scelta. Anche se alla luce dei testi di Isaia l'operare salvifico del Messia, Servo del Signore, include l'azione dello Spirito che si svolge mediante lui stesso, tuttavia nel contesto veterotestamentario non è suggerita la distinzione dei soggetti, o delle Persone divine, quali sussistono nel mistero trinitario e sono poi rivelate nel Nuovo Testamento. Sia in Isaia sia in tutto l'Antico Testamento la personalità dello Spirito Santo è completamente nascosta: nascosta nella rivelazione dell'unico Dio, come anche nell'annuncio del futuro Messia.

l8. Gesù Cristo si richiamerà a questo annuncio, contenuto nelle parole di Isaia, all'inizio della sua attività messianica. Ciò avverrà nella stessa Nazareth, nella quale aveva trascorso trent'anni di vita nella casa di Giuseppe, il carpentiere, accanto a Maria, sua Madre vergine. Quando ebbe occasione di prendere la parola nella Sinagoga, aperto il Libro di Isaia, egli trovò il passo in cui era scritto: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo, mi ha consacrato con l'unzione" e, dopo aver letto questo brano, disse ai presenti: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito". In questo modo confessò e proclarnò di esser colui che "è stato unto" dal Padre, di essere il Messia, cioè colui nel quale dimora lo Spirito Santo come dono di Dio stesso, colui che possiede la pienezza di questo Spirito, colui che segna il "nuovo inizio" del dono che Dio fa all'umanità nello Spirito.

 

 

5. Gesù di Nazareth, "elevato" nello Spirito Santo

19. Anche se nella sua patria di Nazareth Gesù non è accolto come Messia, tuttavia, all'inizio dell'attività pubblica la sua missione messianica nello Spirito Santo viene rivelata al popolo da Giovanni Battista. Questi, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, annuncia presso il Giordano la venuta del Messia ed amministra il battesimo di penitenza. Egli dice: "Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco". Giovanni Battista annuncia il Messia-Cristo non solo come colui che "viene" nello Spirito Santo, ma anche come colui che "porta" lo Spirito Santo, come rivelerà meglio Gesù nel Cenacolo. Giovanni è qui l'eco fedele delle parole di Isaia, le quali nell'antico Profeta riguardavano il futuro, mentre nel suo proprio insegnamento lungo le rive del Giordano costituiscono l'introduzione immediata alla nuova realtà messianica. Giovanni è non solo un profeta, ma anche un messaggero: è il precursore di Cristo. Ciò che egli annuncia si realizza davanti agli occhi di tutti. Gesù di Nazareth viene al Giordano per ricevere anch'egli il battesimo di penitenza. Alla vista di colui che arriva, Giovanni proclama: "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo". Ciò dice per ispirazione dello Spirito Santo, rendendo testimonianza al compimento della profezia di Isaia. Al tempo stesso, egli confessa la fede nella missione redentrice di Gesù di Nazareth. Sulle labbra di Giovanni Battista "Agnello di Dio" è un'affermazione della verità intorno al Redentore, non meno significativa di quella usata da Isaia: "Servo del Signore". Così, con la testimonianza di Giovanni al Giordano, Gesù di Nazareth, rifiutato dai propri concittadini, viene elevato agli occhi di Israele come Messia, cioè "Unto" con lo Spirito Santo. E tale testimonianza viene corroborata da un'altra testimonianza di ordine superiore, menzionata dai tre Sinottici. Infatti, quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, "il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come una colomba" e, contemporaneamente, "vi fu una voce dal cielo, che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto ". E una teofania trinitaria, che rende testimonianza all'esaltazione di Cristo in occasione del battesimo al Giordano. Essa non solo conferma la testimonianza di Giovanni Battista, ma svela una dimensione ancora più profonda della verità su Gesù di Nazareth come Messia. Ecco: il Messia è il Figlio prediletto del Padre. La sua solenne esaltazione non si riduce alla missione messianica del "Servo del Signore". Alla luce della teofania del Giordano, questa esaltazione raggiunge il mistero della stessa persona del Messia. Egli è esaltato, perché è il Figlio del divino compiacimento.

La voce dall'alto dice: "Il Figlio mio".

20. La teofania del Giordano rischiara solo fugacemente il mistero di Gesù di Nazareth, la cui intera attività si svolgerà sotto la presenza attiva dello Spirito Santo. Tale mistero sarebbe stato da Gesù stesso svelato e confermato gradualmente mediante tutto ciò che "fece e insegnò". Sulla linea di questo insegnamento e dei segni messianici che Gesù compì prima di giungere al discorso di addio nel Cenacolo, troviamo eventi e parole che costituiscono momenti particolarmente importanti di questa progressiva rivelazione. Così l'evangelista Luca, che ha già presentato Gesù "pieno di Spirito Santo" e "condotto dallo Spirito nel deserto", ci fa sapere che, dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione affidata loro dal Maestro, mentre pieni di gioia gli raccontavano i frutti del loro lavoro, "in quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: — Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto". Gesù esulta per la paternità divina; esulta, perché gli è dato di rivelare questa paternità; esulta, infine, quasi per una speciale irradiazione di questa paternità divina sui "piccoli". E l'evangelista qualifica tutto questo come "esultanza nello Spirito Santo". Una tale esultanza, in un certo senso, sollecita Gesù a dire ancora di più. Ascoltiamo: "Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio, e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare".

21. Ciò che durante la teofania del Giordano è venuto, per così dire, "dall'esterno", dall'Alto, qui proviene "dall'interno", cioè dal profondo di ciò che è Gesù. È un'altra rivelazione del Padre e del Figlio, uniti nello Spirito Santo, Gesù parla solo della paternità di Dio e della propria figliolanza — non parla direttamente dello Spirito che è amore e, per questo, unione del Padre e del Figlio. Nondimeno, quello che dice del Padre e di sé-Figlio scaturisce da quella pienezza dello Spirito, che è in lui e che si riversa nel suo cuore, pervade il suo stesso "io" ispira e vivifica dal profondo la sua azione. Di qui quell'"esultare nello Spirito Santo". L'unione di Cristo con lo Spirito Santo, di cui egli ha perfetta coscienza, si esprime in quell'"esultanza", che in certo modo rende percepibile la sua arcana sorgente. Si ha così una speciale manifestazione ed esaltazione, che è propria del Figlio dell'uomo, di Cristo-Messia la cui umanità appartiene alla Persona del Figlio di Dio, sostanzialmente uno con lo Spirito Santo nella divinità. Nella magnifica confessione della paternità di Dio Gesù di Nazareth manifesta anche se stesso, il suo "io" divino: egli, infatti, è il Figlio "della stessa sostanza" e, perciò, "nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio", quel Figlio che "per noi uomini e per la nostra salvezza" si è fatto uomo per opera dello Spirito Santo ed è nato da una vergine, il cui nome era Maria.

6. Cristo risorto dice: "Ricevete lo Spirito Santo"

22. Grazie alla sua narrazione Luca ci conduce alla massima vicinanza con la verità contenuta nel discorso del Cenacolo. Gesù di Nazareth, "elevato" nello Spirito Santo, durante questo discorso-colloquio, si manifesta come colui che "porta" lo Spirito, come colui che lo deve portare e "dare" agli apostoli e alla Chiesa a prezzo della sua "dipartita" mediante la Croce. Col verbo "portare" qui si vuol dire, prima di tutto "rivelare". Nell'Antico Testamento, fin dal Libro della Genesi lo spirito di Dio è stato in qualche modo fatto conoscere dapprima come "soffio" di Dio che dà la vita, come "soffio vitale" soprannaturale. Nel Libro di Isaia è presentato come un "dono" per la persona del Messia come colui che su di lui si posa, per guidare dall'interno tutta la sua attività salvifica. Presso il Giordano l'annuncio di Isaia si è rivestito di una forma concreta: Gesù di Nazareth è colui che viene nello Spirito Santo e lo porta come dono proprio della sua stessa persona, per espanderlo attraverso la sua umanità: "Egli vi battezzerà in Spirito Santo". Nel Vangelo di Luca è confermata e arricchita questa rivelazione dello Spirito Santo, come intima sorgente della vita e dell'azione messianica di Gesù Cristo. Alla luce di ciò che Gesù dice nel discorso del Cenacolo, lo Spirito Santo viene rivelato in un modo nuovo e più pieno. Egli è non solo il dono alla persona (alla persona del Messia), ma è una Persona-dono. Gesù ne annuncia la venuta come quella di "un altro consolatore", il quale, essendo lo Spirito di verità, condurrà gli apostoli e la Chiesa "alla verità tutta intera". Ciò si compirà in ragione della speciale comunione tra lo Spirito Santo e Cristo: "Prenderà del mio e ve l'annuncerà". Questa comunione ha la sua fonte originaria nel Padre "Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo, ho detto che prenderà del mio e ve l'annuncerà". Provenendo dal Padre, lo Spirito Santo è mandato dal Padre. Lo Spirito Santo prima è stato mandato come dono per il Figlio che si è fatto uomo, per adempiere gli annunci messianici. Dopo la "dipartita" di Cristo-Figlio, secondo il testo giovanneo, lo Spirito Santo " verrà" direttamente — è la sua nuova missione — a completare l'opera stessa del Figlio. Così sarà lui a portare a compimento la nuova èra della storia della salvezza.

23. Ci troviamo sulla soglia degli eventi pasquali. La nuova, definitiva rivelazione dello Spirito Santo come Persona che è il dono, si compie proprio in questo momento. Gli eventi pasquali — la passione, la morte e la risurrezione di Cristo — sono anche il tempo della nuova venuta dello Spirito Santo, come Paraclito e Spirito di verità. Sono il tempo del "nuovo inizio" della comunicazione del Dio uno e trino all'umanità nello Spirito Santo, per opera di Cristo Redentore. Questo nuovo inizio è la redenzione del mondo: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito".

Già nel "dare" il Figlio, nel dono del Figlio si esprime la più profonda essenza di Dio, il quale, come amore, è fonte inesauribile dell'elargizione. Nel dono fatto dal Figlio si completano la rivelazione e l'elargizione dell'eterno amore: lo Spirito Santo, che nelle imperscrutabili profondità della divinità è una Persona-dono, per opera del Figlio, cioè mediante il mistero pasquale, in modo nuovo viene dato agli apostoli e alla Chiesa e, per mezzo di essi, all'umanità e al mondo intero.

 

24. L'espressione definitiva di questo mistero si ha nel giorno della Risurrezione. In questo giorno Gesù di Nazareth, "nato dalla stirpe di Davide secondo la carne" — come scrive l'apostolo Paolo — viene "costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti". Si può dire così che l'"elevazione" messianica di Cristo nello Spirito Santo raggiunga il suo zenit nella Risurrezione, nella quale egli si rivela anche come Figlio di Dio, "pieno di potenza". E questa potenza, le cui fonti zampillano nell'imperscrutabile comunione trinitaria, si manifesta, prima di tutto, nel fatto che il Cristo risorto, se da una parte adempie la promessa di Dio, già espressa per bocca del Profeta: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, ...il mio spirito", dall'altra compie la sua stessa promessa, fatta agli apostoli con le parole: "Quando me ne sarò andato, ve lo manderò". È lui: lo Spirito di verità, il Paraclito, mandato da Cristo risorto per trasformarci nella sua stessa immagine di risorto. Ecco: "La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo"". Tutti i particolari di questo testo-chiave del Vangelo di Giovanni hanno una loro eloquenza, specialmente se li rileggiamo in riferimento alle parole pronunciate nello stesso Cenacolo all'inizio degli eventi pasquali. Ormai questi eventi — il triduum sacrum di Gesù, che il Padre ha consacrato con l'unzione e mandato nel mondo — raggiungono il loro compimento. Il Cristo, che "aveva reso lo spirito" sulla Croce", come Figlio dell'uomo e Agnello di Dio, una volta risorto, va dagli apostoli per "alitare su di loro" con quella potenza, di cui parla la Lettera ai Romani. La venuta del Signore riempie di gioia i presenti: "La loro afflizione si cambia in gioia", come già aveva egli stesso promesso prima della sua passione. E soprattutto si avvera il principale annuncio del discorso di addio: il Cristo risorto, quasi avviando una nuova creazione, "porta" agli apostoli lo Spirito Santo. Lo porta a prezzo della sua "dipartita": dà loro questo Spirito quasi attraverso le ferite della sua crocifissione: "Mostrò loro le mani e il costato". È in forza di questa crocifissione che egli dice loro: "Ricevete lo Spirito Santo". Si stabilisce così uno stretto legame tra l'invio del Figlio e quello dello Spirito Santo. Non c'è invio dello Spirito Santo (dopo il peccato originale) senza la Croce e la Risurrezione: "Se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore". Si stabilisce anche uno stretto legame tra la missione dello Spirito Santo e quella del Figlio nella redenzione. La missione del Figlio, in un certo senso, trova il suo "compimento" nella redenzione. La missione dello Spirito Santo "attinge" alla redenzione: "Egli prenderà del mio e ve l'annuncerà". La redenzione viene totalmente operata dal Figlio come dall'Unto, che è venuto ed ha agito nella potenza dello Spirito Santo, offrendosi alla fine in sacrificio sul legno della Croce. E questa redenzione viene, al tempo stesso, operata costantemente nei cuori e nelle coscienze umane — nella storia del mondo — dallo Spirito Santo, che è l'"altro consolatore".

7. Lo Spirito Santo e il tempo della Chiesa

25. "Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17, 4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare di continuo la Chiesa, e i credenti avessero così, mediante Cristo, accesso al Padre in un solo Spirito" (cfr. Ef 7, 18). È questi lo Spirito di vita, la sorgente dell'acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38 s.), colui per mezzo del quale il Padre ridona la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10 s.)". In questo modo il Concilio Vaticano II parla della nascita della Chiesa nel giorno della Pentecoste. Questo evento costituisce la definitiva manifestazione di ciò che si era compiuto nello stesso Cenacolo già la domenica di Pasqua. Il Cristo risorto venne e "portò" agli apostoli lo Spirito Santo. Lo diede loro dicendo: "Ricevete lo Spirito Santo". Ciò che era avvenuto allora all'interno del Cenacolo, "a porte chiuse, più tardi, il giorno della Pentecoste si manifesta anche all'esterno, davanti agli uomini. Si aprono le porte del Cenacolo, e gli apostoli si dirigono verso gli abitanti e i pellegrini convenuti a Gerusalemme in occasione della festa, per rendere testimonianza a Cristo nella potenza dello Spirito Santo. In questo modo si adempie l'annuncio: "Egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio". Leggiamo in un altro documento del Vaticano II: "Indubbiamente lo Spirito Santo operava nel mondo prima ancora che Cristo fosse glorificato. Ma fu nel giorno della Pentecoste che egli discese sui discepoli, per rimanere con loro in eterno, e la Chiesa apparve pubblicamente di fronte alla moltitudine, ed ebbe inizio mediante la predicazione e la diffusione del Vangelo in mezzo ai pagani". Il tempo della Chiesa ha avuto inizio con la "venuta", cioè con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme insieme con Maria, la Madre del Signore. Il tempo della Chiesa ha avuto inizio nel momento in cui le promesse e gli annunci, che così esplicitamente si riferivano al consolatore, allo Spirito di verità, hanno cominciato ad avverarsi in tutta potenza ed evidenza sugli apostoli, determinando così la nascita della Chiesa. Di questo parlano diffusamente e in molti passi gli Atti degli Apostoli dai quali risulta che, secondo la coscienza della prima comunità, di cui Luca esprime le certezze, lo Spirito Santo ha assunto la guida invisibile — ma in certo modo "percepibile" — di coloro che, dopo la dipartita del Signore Gesù, sentivano profondamente di essere rimasti orfani. Con la venuta dello Spirito essi si sono sentiti idonei a compiere la missione loro affidata. Si sono sentiti pieni di fortezza. Proprio questo ha operato in loro lo Spirito Santo, e questo egli opera continuamente nella Chiesa mediante i loro successori. La grazia dello Spirito Santo, infatti, che gli apostoli con l'imposizione delle mani diedero ai loro collaboratori, continua ad essere trasmessa nell'Ordinazione episcopale. I Vescovi poi col Sacramento dell'ordine rendono partecipi di tale dono spirituale i sacri ministri e provvedono a che, mediante il Sacramento della confermazione, ne siano corroborati tutti i rinati dall'acqua e dallo Spirito. Così, in certo modo, si perpetua nella Chiesa la grazia di Pentecoste. Come scrive il Concilio, "lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. I Cor 3, 16; 6,19), e in essi prega e rende testimonianza della loro adozione a figli (cfr. Gal 4, 6; Rm 8, 15-16.26). Egli introduce la Chiesa in tutta intera la verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la edifica e dirige con i diversi doni gerarchici e carismatici, la arricchisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11;12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo mantiene la Chiesa continuamente giovane, costantamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo".

26. I passi riportati dalla Costituzione conciliare Lumen gentium ci dicono che, con la venuta dello Spirito Santo, ebbe inizio il tempo della Chiesa. Essi ci dicono pure che questo tempo, il tempo della Chiesa, perdura. Perdura attraverso i secoli e le generazioni Nel nostro secolo, in cui l'umanità si è ormai avvicinata al termine del secondo Millennio dopo Cristo, questo tempo della Chiesa si è espresso in modo speciale mediante il Concilio Vaticano II, come Concilio del nostro secolo. Si sa, infatti, che questo è stato in maniera speciale un Concilio "ecclesiologico": un concilio sul tema della Chiesa. Al tempo stesso, l'insegnamento di questo Concilio è essenzialmente "pneumatologico": permeato della verità sullo Spirito Santo, come anima della Chiesa. Possiamo dire che nel suo ricco magistero il Concilio Vaticano II contiene propriamente tutto ciò "che lo Spirito dice alle Chiese" in ordine alla presente fase della storia della salvezza. Seguendo la guida dello Spirito di verità e rendendo testimonianza insieme con lui, il Concilio ha dato una speciale conferma della presenza dello Spirito Santo consolatore. In certo senso, esso l'ha reso nuovamente "presente" nella nostra difficile epoca. Alla luce di questa convinzione si comprende meglio la grande importanza di tutte le iniziative miranti alla realizzazione del Vaticano II, del suo magistero e del suo indirizzo pastorale ed ecumenico. In questo senso vanno anche ben considerate e valutate le successive Assemblee del Sinodo dei Vescovi che mirano a far sì che i frutti della verità e dell'amore — i frutti autentici dello Spirito Santo — diventino un bene duraturo del Popolo di Dio nel suo pellegrinare terreno lungo il corso dei secoli. È indispensabile questo lavoro della Chiesa, mirante alla verifica ed al consolidamento dei frutti salvifici dello Spirito, elargiti nel Concilio. A questo scopo bisogna saperli attentamente "discernere" da tutto ciò che, invece, può provenire soprattutto dal "principe di questo mondo". Questo discernimento è tanto più necessario nella realizzazione dell'opera del Concilio, in quanto questo si è aperto largamente al mondo contemporaneo, come appare chiaramente dalle importanti Costituzioni conciliari Gaudium et spes e Lumen gentium. Leggiamo nella Costituzione pastorale: "La loro comunità (dei discepoli di Cristo)... è composta di uomini, i quali, riuniti insieme in Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, e hanno ricevuto un messaggio di salvezza da propagare a tutti. Perciò, essa si sente realmente ed intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia". "La Chiesa sa bene che soltanto Dio, al cui servizio è consacrata, dà risposta ai più profondi desideri del cuore umano, che non può mai essere pienamente saziato dai beni terreni". "Lo Spirito di Dio... con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra".

PARTE II - LO SPIRITO CHE CONVINCE IL MONDO QUANTO AL PECCATO

1. Peccato, giustizia e giudizio

27. Allorché Gesù, durante il discorso nel Cenacolo, annuncia la venuta dello Spirito Santo "a prezzo" della propria dipartita e promette: "Quando me ne sarò andato, ve lo manderò", proprio nello stesso contesto aggiunge: "E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio". Il medesimo consolatore e Spirito di verità, già promesso come colui che "insegnerà" e "ricorderà", come colui che "renderà testimonianza", come colui che "guiderà alla verità tutta intera", con le parole ora citate viene annunciato come colui che "convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio". Significativo sembra anche il contesto. Gesù collega questo annuncio dello Spirito Santo alle parole che indicano la propria "dipartita" mediante la Croce, ed anzi ne sottolineano la necessità: "E bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore". Ma ciò che più conta è la spiegazione che Gesù stesso aggiunge a queste tre parole: peccato, giustizia, giudizio. Dice infatti così: "Egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato". Nel pensiero di Gesù il peccato, la giustizia, il giudizio hanno un senso ben preciso, diverso da quello che forse qualcuno sarebbe propenso ad attribuire a queste parole indipendentemente dalla spiegazione di chi parla. Questa spiegazione indica, altresì, come sia da intendere quel "convincere il mondo", che è proprio dell'azione dello Spirito Santo. Qui è importante sia il significato delle singole parole, sia il fatto che Gesù le abbia unite tra loro nella stessa frase. "Il peccato", in questo passo, significa l'incredulità che Gesù incontrò in mezzo ai "suoi", cominciando dai concittadini di Nazareth. Significa il rifiuto della sua missione, che porterà gli uomini a condannarlo a morte. Quando successivamente parla della "giustizia", Gesù sembra avere in mente quella giustizia definitiva, che il Padre gli renderà circondandolo con la gloria della risurrezione e dell'ascensione al Cielo: "Vado al Padre". A sua volta, nel contesto del "peccato" e della "giustizia" così intesi, "il giudizio" significa che lo Spirito di verità dimostrerà la colpa del "mondo" nella condanna di Gesù alla morte di Croce. Tuttavia, il Cristo non è venuto nel mondo solamente per giudicarlo e condannarlo: egli è venuto per salvarlo. Il convincere del peccato e della giustizia ha come scopo la salvezza del mondo, la salvezza degli uomini. Proprio questa verità sembra essere sottolineata dall'affermazione che "il giudizio" riguarda solamente il "principe di questo mondo", cioè Satana colui che sin dall'inizio sfrutta l'opera della creazione contro la salvezza, contro l'alleanza e l'unione dell'uomo con Dio: egli è "già giudicato" sin dall'inizio. Se lo Spirito consolatore deve convincere il mondo proprio quanto al giudizio, e per continuare in esso l'opera salvifica di Cristo.

28. Qui vogliamo concentrare la nostra attenzione principalmente su questa missione dello Spirito Santo che è di "convincere il mondo quanto al peccato", ma rispettando al tempo stesso il contesto generale delle parole di Gesù nel Cenacolo. Lo Spirito Santo, che assume dal Figlio l'opera della redenzione del mondo, assume con ciò stesso il compito del salvifico "convincere del peccato". Questo convincere è in costante riferimento alla "giustizia", cioè alla definitiva salvezza in Dio, al compimento dell'economia che ha come centro il Cristo crocifisso e glorificato. E questa economia salvifca di Dio sottrae, in certo senso, l'uomo dal "giudizio", cioè dalla dannazione, con la quale è stato colpito il peccato di Satana, "principe di questo mondo", colui che a causa del suo peccato è divenuto "dominatore di questo mondo di tenebra". Ed ecco che, mediante tale riferimento al "giudizio", si schiudono vasti orizzonti per la comprensione del "peccato", nonché della "giustizia". Lo Spirito Santo, mostrando sullo sfondo della Croce di Cristo il peccato nell'economia della salvezza (si potrebbe dire: "il peccato salvato"), fa comprendere come sia sua missione "convincere" anche del peccato che è già stato giudicato definitivamente ("il peccato condannato").

29. Tutte le parole, pronunciate dal Redentore nel Cenacolo alla vigilia della sua passione, si inscrivono nel tempo della Chiesa; prima di tutto, quelle sullo Spirito Santo come Paraclito e Spirito di verità. Esse vi si inscrivono in modo sempre nuovo, in ogni generazione, in ogni epoca. Ciò è confermato, per quanto riguarda il nostro secolo, dall'insieme dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, specialmente della Costituzione pastorale "Gaudium et spes". Molti passi di questo documento indicano chiaramente che il Concilio, aprendosi alla luce dello Spirito di verità, si presenta come l'autentico depositario degli annunci e delle promesse fatte da Cristo agli apostoli ed alla Chiesa nel discorso di addio: in modo particolare, di quell'annuncio, secondo il quale lo Spirito Santo deve "convincere il mondo quanto al peccato alla giustizia e al giudizio". Ciò indica già il testo, nel quale il Concilio spiega come intende il "mondo": "Il mondo che esso (il Concilio stesso) ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà, entro le quali essa vive. il mondo che è teatro della storia del genere umano e reca i segni dei suoi sforzi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato dall'amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno, affinché, secondo il disegno di Dio, sia trasformato e giunga al suo compimento". In riferimento a questo testo molto sintetico bisogna leggere nella medesima Costituzione gli altri passi, intesi ad esporre con tutto il realismo della fede la situazione del peccato nel mondo contemporaneo, nonché di spiegare la sua essenza, partendo da diversi punti di vista. Quando Gesù, la vigilia di Pasqua, parla dello Spirito Santo come di colui che "convincerà il mondo quanto al peccato", da una parte si deve dare a questa sua affermazione la portata più vasta possibile, in quanto comprende tutto l'insieme dei peccati nella storia dell'umanità. D'altra parte, però, quando Gesù spiega che questo peccato consiste nel fatto che "non credono in lui", tale portata sembra restringersi a coloro che hanno rifiutato la missione messianica del Figlio dell'uomo, condannandolo alla morte di Croce. Ma è difficile non notare come questa portata più "ridotta" e storicamente precisata del significato del peccato si dilati fino ad assumere un'ampiezza universale a motivo dell'universalità della redenzione, che si è compiuta per mezzo della Croce. La rivelazione del mistero della redenzione apre la strada a una comprensione, nella quale ogni peccato, dovunque ed in qualsiasi momento commesso, viene riferito alla Croce di Cristo — e, dunque, indirettamente anche al peccato di coloro che "non hanno creduto in lui" condannando Gesù Cristo alla morte di Croce. Da questo punto di vista occorre ritornare all'evento della Pentecoste.

2. La testimonianza del giorno della Pentecoste

30. Nel giorno della Pentecoste trovarono la loro più esatta e diretta conferma gli annunci di Cristo nel discorso di addio e, in particolare, l'annuncio del quale stiamo trattando: "Il consolatore... convincerà il mondo quanto al peccato". Quel giorno, sugli apostoli raccolti in preghiera insieme con Maria, Madre di Gesù, nello stesso Cenacolo, discese lo Spirito Santo promesso, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: "Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi", "riconducendo in tal modo all'unità le razze disperse e offrendo al Padre le primizie di tutte le nazioni". È chiaro il rapporto tra l'annuncio fatto da Cristo e questo evento. Noi vi scorgiamo il primo e fondamentale compimento della promessa del Paraclito. Questi viene mandato dal Padre, "dopo" la dipartita di Cristo, "a prezzo" di essa. Questa è dapprima una dipartita mediante la morte in Croce, e poi, quaranta giorni dopo la risurrezione, mediante l'ascensione al Cielo. Ancora nel momento dell'ascensione Gesù ordina agli apostoli "di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre"; "sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni"; "riceverete forza dallo Spirito Santo, che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra""'. Queste ultime parole racchiudono un'eco, o un ricordo dell'annuncio fatto nel Cenacolo. E il giorno della Pentecoste tale annuncio si avvera in tutta esattezza. Agendo sotto l'influsso dello Spirito Santo, ricevuto dagli apostoli durante la preghiera nel Cenacolo, davanti ad una moltitudine di gente di diverse lingue, radunata per la festa, Pietro si presenta e parla. Proclama ciò che certamente non avrebbe avuto il coraggio di dire in precedenza: "Uomini d'Israele, ... Gesù di Nazareth — uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra voi per opera sua — dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere". Gesù aveva predetto e promesso: "Egli mi renderà testimonianza, ... e anche voi mi renderete testimonianza". Nel primo discorso di Pietro a Gerusalemme tale "testimonianza" trova il suo chiaro inizio: è la testimonianza intorno a Cristo crocifisso e risorto. Quella dello Spirito-Paraclito e degli apostoli. E nel contenuto stesso di tale prima testimonianza lo Spirito di verità per bocca di Pietro "convince il mondo quanto al peccato": prima di tutto, quanto a quel peccato che è il rifiuto del Cristo fino alla condanna a morte, fino alla Croce sul Golgota. Proclamazioni di analogo contenuto si ripeteranno, secondo il testo degli Atti degli Apostoli, in altre occasioni e in diversi luoghi.

31. Fin da questa iniziale testimonianza della Pentecoste, l'azione dello Spirito di verità, che "convince il mondo quanto al peccato" del rifiuto di Cristo, è legata in modo organico con la testimonianza da rendere al mistero pasquale: al mistero del Crocifsso e del Risorto. E in questo legame lo stesso "convincere quanto al peccato" rivela la propria dimensione salvifica. È, infatti, un "convincere" che ha come scopo non la sola accusa del mondo, tanto meno la sua condanna. Gesù Cristo non è venuto nel mondo per giudicarlo e condannarlo, ma per salvarlo. Ciò viene sottolineato già in questo primo discorso, quando Pietro esclama: "Sappia, dunque, con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù, che voi avete crocifisso". E in seguito, quando i presenti domandano a Pietro e agli apostoli: "Che cosa dobbiamo fare, fratelli?", ecco la risposta: "Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo". In questo modo il "convincere quanto al peccato" diventa insieme un convincere circa la remissione dei peccati, nella potenza dello Spirito Santo. Pietro nel suo discorso di Gerusalemme esorta alla conversione, come Gesù esortava i suoi ascoltatori all'inizio della sua attività messianica. La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: "Ricevete lo Spirito Santo". Così in questo "convincere quanto al peccato" scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il consolatore. Il convincere del peccato, mediante il ministero dell'annuncio apostolico nella Chiesa nascente, viene riferito — sotto l'impulso dello Spirito effuso nella Pentecoste — alla potenza redentrice di Cristo crocifisso e risorto. Così si adempie la promessa relativa allo Spirito Santo, fatta prima di pasqua: "Egli prenderà del mio e ve l'annuncerà". Quando dunque, durante l'evento della Pentecoste, Pietro parla del peccato di coloro che "non hanno creduto" ed hanno consegnato ad una morte ignominiosa Gesù di Nazareth, egli rende testimonianza alla vittoria sul peccato: vittoria che si è compiuta, in certo senso, mediante il peccato più grande che l'uomo poteva commettere: l'uccisione di Gesù, Figlio di Dio, consostanziale al Padre! Similmente, la morte del Figlio di Dio vince la morte umana: "Ero mors tua, o mors", come il peccato di aver crocifisso il Figlio di Dio "vince" il peccato umano! Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo — e anche ogni peccato dell'uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell'uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l'oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, "Ofelix culpa!", nell'annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell'"Exsultet!".

32. Di questa verità ineffabile, però, nessuno può "convincere il mondo", l'uomo, l'umana coscienza, se non egli stesso, lo Spirito di verità. Egli è lo Spirito, che "scruta le profondità di Dio". Di fronte al mistero del peccato bisogna scrutare "le profondità di Dio" fino in fondo. Non basta scrutare la coscienza umana, quale intimo mistero dell'uomo, ma bisogna penetrare nell'intimo mistero di Dio, in quelle "profondità di Dio" che si riassumono nella sintesi: al Padre — nel Figlio — per mezzo dello Spirito Santo. È proprio lo Spirito Santo che le "scruta", e da esse trae la risposta di Dio al peccato dell'uomo. Con questa risposta si chiude il procedimento del "convincere quanto al peccato", come mette in evidenza l'evento della Pentecoste. Convincendo il "mondo" del peccato del Golgota, della morte dell'Agnello innocente, come avviene nel giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo convince anche di ogni peccato commesso in ogni luogo ed in qualsiasi momento nella storia dell'uomo: egli dimostra, infatti il suo rapporto con la Croce di Cristo. Il "convincere" è la dimostrazione del male del peccato, di ogni peccato, in relazione alla Croce di Cristo. Il peccato, mostrato in questa relazione, viene riconosciuto nell'intera dimensione del male, che gli è propria, per il "mistero dell'iniquità" , che in se contiene e nasconde. L'uomo non conosce questa dimensione — non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. Perciò, non può essere "convinto" di essa se non dallo Spirito Santo: Spirito di verità, ma anche consolatore. Infatti, il peccato, mostrato in relazione alla Croce di Cristo, nello stesso tempo viene identificato nella piena dimensione del "mistero della pietà", come ha indicato l'Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia. Anche questa dimensione del peccato l'uomo non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. E anche di essa egli non può essere "convinto" se non dallo Spirito Santo: da colui che "scruta le profondità di Dio".

3. La testimonianza dell'inizio: la realtà originaria del peccato

33. È la dimensione del peccato che troviamo nella testimonianza dell'inizio, annotata nel Libro della Genesi. È il peccato che, secondo la Parola di Dio rivelata, costituisce il principio e la radice di tutti gli altri Ci troviamo di fronte alla realtà originaria del peccato nella storia dell'uomo e, al tempo stesso, nell'insieme dell'economia della salvezza. Si può dire che in questo peccato ha inizio il "mistero dell'iniquità", ma anche che è questo il peccato, in ordine al quale la potenza redentrice del "mistero della pietà" diventa particolarmente trasparente ed efficace. Ciò esprime san Paolo, quando alla "disobbedienza" del primo Adamo contrappone l'"obbedienza" di Cristo, il secondo Adamo: "L'obbedienza fino alla morte". Stando alla testimonianza dell'inizio, il peccato nella sua realtà originaria avviene nella volontà — e nella coscienza — dell'uomo, prima di tutto, come "disobbedienza", cioè come opposizione della volontà dell'uomo alla volontà di Dio. Questa disobbedienza originaria presuppone il rifiuto o, almeno, l'allontanamento dalla verità contenuta nella Parola di Dio, che crea il mondo. Questa Parola è lo stesso Verbo, che era "in principio presso Dio", che "era Dio" e senza il quale "niente è stato fatto di tutto ciò che esiste", poiché "il mondo fu fatto per mezzo di lui". È il Verbo che è anche eterna legge, fonte di ogni legge, che regola il mondo e specialmente gli atti umani. Quando dunque, alla vigilia della sua passione, Gesù Cristo parla del peccato di coloro che "non credono in lui", in queste sue parole, piene di dolore, vi è quasi un'eco lontana di quel peccato, che nella sua forma originaria si inscrive oscuramente nel mistero stesso della creazione. Colui che parla, infatti, è non solo il Figlio dell'uomo, ma anche colui che è "il primogenito di fronte ad ogni creatura", "poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose:.... per mezzo di lui e in vista di lui". Alla luce di questa verità si capisce che la "disobbedienza", nel mistero dell'inizio, presuppone in certo senso la stessa "non-fede", quel medesimo "non hanno creduto", che si ripeterà nei riguardi del mistero pasquale. Come abbiamo detto, si tratta del rifiuto o, almeno, dell'allontanamento dalla verità contenuta nella Parola del Padre. Il rifiuto si esprime in pratica come "disobbedienza", in un atto compiuto come effetto della tentazione, che proviene dal "padre della menzogna". Dunque, alla radice del peccato umano sta la menzogna come radicale rifiuto della verità contenuta nel Verbo del Padre, mediante il quale si esprime l'amorevole onnipotenza del Creatore: l'onnipotenza ed insieme l'amore "di Dio Padre, creatore del cielo e della terra".

34. "Lo Spirito di Dio", che secondo la descrizione biblica della creazione "aleggiava sulle acque", indica lo stesso "Spirito, che scruta le profondità di Dio"; scruta le profondità del Padre e del Verbo-Figlio nel mistero della creazione. Non solo è il testimone diretto del loro reciproco amore, dal quale deriva la creazione, ma è egli stesso questo amore. Egli stesso, come amore, è l'eterno dono increato. In lui è la fonte e l'inizio di ogni elargizione alle creature. La testimonianza dell'inizio, che troviamo in tutta la Rivelazione, a cominciare dal Libro della Genesi, su questo punto è univoca. Creare vuol dire chiamare all'esistenza dal nulla; dunque, creare vuol dire donare l'esistenza. E se il mondo visibile viene creato per l'uomo, dunque all'uomo viene donato il mondo. E contemporaneamente lo stesso uomo nella propria umanità riceve in dono una speciale "immagine e somiglianza" di Dio. Ciò significa non solo razionalità e libertà come proprietà costitutiva della natura umana, ma anche, sin dall'inizio, capacità di un rapporto personale con Dio, come "io" e "tu" e, dunque, capacità di alleanza che avrà luogo con la comunicazione salvifica di Dio all'uomo. Sullo sfondo dell'"immagine e somiglianza" di Dio, "il dono dello Spirito" significa, infine, chiamata all'amicizia, nella quale le trascendenti "profondità di Dio" vengono, in qualche modo, aperte alla partecipazione da parte dell'uomo. Il Concilio Vaticano II insegna: "Dio invisibile (cfr. Col 1, 15; 1 Tm 1, 17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33, 11; Gv 15, 14 s.) e si intrattiene con loro (Bar 3, 38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé".

35. Pertanto, lo Spirito, che "scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio", conosce sin dall'inizio "i segreti dell'uomo". Proprio per questo egli solo può pienamente "convincere del peccato" che ci fu all'inizio, di quel peccato che è la radice di tutti gli altri e il focolaio della peccaminosità dell'uomo sulla terra, che non si spegne mai. Lo Spirito di verità conosce la realtà originaria del peccato, causato nella volontà dell'uomo ad opera del "padre della menzogna" — di colui che già "è stato giudicato". Lo Spirito Santo convince, dunque, il mondo del peccato in rapporto a questo "giudizio", ma costantemente guidando verso la "giustizia", che è stata rivelata all'uomo insieme con la Croce di Cristo: mediante l'"obbedienza fino alla morte". Solo lo Spirito Santo può convincere del peccato dell'inizio umano, proprio egli che è l'amore del Padre e del Figlio, egli che è dono, mentre il peccato dell'inizio umano consiste nella menzogna e nel rifiuto del dono e dell'amore, i quali decidono dell'inizio del mondo e dell'uomo.

36. Secondo la testimonianza dell'inizio, che troviamo nella Scrittura e nella Tradizione, dopo la prima (ed anche più completa) descrizione nel Libro della Genesi il peccato nella sua forma originaria è inteso come "disobbedienza", il che significa semplicemente e direttamente trasgressione di un divieto posto da Dio. Ma alla luce di tutto il contesto è pure palese che le radici di questa disobbedienza vanno ricercate in profondità nell'intera situazione reale dell'uomo. Chiamato all'esistenza, l'essere umano — uomo e donna — è una creatura. L'"immagine di Dio", consistente nella razionalità e nella libertà, dice la grandezza e la dignità del soggetto umano, che è persona. Ma questo soggetto personale è pur sempre una creatura: nella sua esistenza ed essenza dipende dal Creatore. Secondo la Genesi, "l'albero della conoscenza del bene e del male" doveva esprimere e costantemente ricordare all'uomo il "limite" invalicabile per un essere creato. In questo senso va inteso il divieto da parte di Dio: il Creatore proibisce all'uomo e alla donna di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male. Le parole dell'istigazione, cioè della tentazione, come è formulata nel testo sacro, inducono a trasgredire questo divieto — cioè a superare quel "limite": "Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio ("come dèi") conoscendo il bene e il male". La "disobbedienza" significa appunto il superamento di quel limite, che rimane invalicabile alla volontà e libertà dell'uomo, come essere creato. Dio creatore è, infatti, l'unica e definitiva fonte dell'ordine morale nel mondo, da lui creato. L'uomo non può da se stesso decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo — non può "conoscere il bene e il male, come Dio". Sì, Dio nel mondo creato rimane la prima e suprema fonte per decidere del bene e del male, mediante l'intima verità dell'essere, la quale è il riflesso del Verbo, l'eterno Figlio, consostanziale al Padre. All'uomo creato ad immagine di Dio lo Spirito Santo dà in dono la coscienza, affinché in essa l'immagine possa rispecchiare fedelmente il suo modello, che è insieme la sapienza e la legge eterna, fonte dell'ordine morale nell'uomo e nel mondo. La "disobbedienza", come dimensione originaria del peccato, significa rifiuto di questa fonte, per la pretesa dell'uomo di diventare fonte autonoma ed esclusiva nel decidere del bene e del male. Lo Spirito, che "scruta le profondità di Dio" e che, al tempo stesso, è per l'uomo la luce della coscienza e la fonte dell'ordine morale, conosce in tutta la sua pienezza questa dimensione del peccato, che si inscrive nel mistero dell'inizio umano. E non cessa di "convincerne il mondo" in rapporto alla Croce di Cristo sul Golgota.

 

37. Secondo la testimonianza dell'inizio, Dio nella creazione ha rivelato se stesso come onnipotenza, che è amore. Nello stesso tempo ha rivelato all'uomo che, come "immagine e somiglianza" del suo Creatore, egli è chiamato a partecipare alla verità e all'amore. Questa partecipazione significa una vita di unione con Dio, che è la "vita eterna". Ma l'uomo, sotto l'influenza del "padre della menzogna", si è distaccato da questa partecipazione. In quale misura? Certamente non nella misura del peccato di un puro spirito, nella misura del peccato di Satana. Lo spirito umano è incapace di raggiungere una tale misura. Nella stessa descrizione della Genesi è facile notare la differenza di grado tra "il soffio del male" da parte di colui che "è peccatore (ossia permane nel peccato) fin dal principio" e che già "è stato giudicato", ed il male della disobbedienza da parte dell'uomo. Questa disobbedienza, tuttavia, significa pur sempre il voltare le spalle a Dio e, in un certo senso, il chiudersi della libertà umana nei suoi riguardi. Significa anche una certa apertura di questa libertà — della conoscenza e della volontà umana — verso colui che è il "padre della menzogna". Questo atto di scelta consapevole non è solo "disobbedienza", ma porta con sé anche una certa adesione alla motivazione contenuta nella prima istigazione al peccato e incessantemente rinnovata durante tutta la storia dell'uomo sulla terra: "Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male". Ci troviamo qui al centro stesso di ciò che si potrebbe chiamare l'"anti-Verbo", cioè l'"anti-verità". Viene, infatti, falsata la verità dell'uomo: chi è l'uomo e quali sono i limiti invalicabili del suo essere e della sua libertà. Questa "anti-verità" è possibile, perché nello stesso tempo viene falsata completamente la verità su chi è Dio. Il Dio creatore viene posto in stato di sospetto, anzi addirittura in stato di accusa, nella coscienza della creatura. Per la prima volta nella storia dell'uomo appare il perverso "genio del sospetto". Esso cerca di "falsare" il Bene stesso, il Bene assoluto, che proprio nell'opera della creazione si è manifestato come il bene che dona in modo ineffabile: come bonum diffusivum sui, come amore creativo. Chi può pienamente "convincere del peccato", ossia di questa motivazione della disobbedienza originaria dell'uomo, se non colui che solo è il dono e la fonte di ogni elargizione, se non lo Spirito, che "scruta le profondità di Dio" ed è l'amore del Padre e del Figlio?

38. Infatti, malgrado tutta la testimonianza della creazione e dell'economia salvifica ad essa inerente, lo spirito delle tenebre è capace di mostrare Dio come nemico della propria creatura e, prima di tutto, come nemico dell'uomo, come fonte di pericolo e di minaccia per l'uomo. In questo modo viene innestato da Satana nella psicologia dell'uomo il germe dell'opposizione nei riguardi di colui che "sin dall'inizio" deve essere considerato come nemico dell'uomo — e non come Padre. L'uomo viene sfidato a diventare l'avversario di Dio! L'analisi del peccato nella sua originaria dimensione indica che, ad opera del "padre della menzogna", vi sarà lungo la storia dell'umanità una costante pressione al rifiuto di Dio da parte dell'uomo, fino all'odio: "Amore di sé fino al disprezzo di Dio", come si esprime sant'Agostino. L'uomo sarà incline a vedere in Dio prima di tutto una propria limitazione, e non la fonte della propria liberazione e la pienezza del bene. Ciò vediamo confermato nell'epoca moderna, nella quale le ideologie atee tendono a sradicare la religione in base al presupposto che essa determini una radicale "alienazione" dell'uomo come se l'uomo venisse espropriato della propria umanità, quando, accettando l'idea di Dio, attribuisce a lui ciò che appartiene all'uomo, ed esclusivamente all'uomo! Di qui un processo di pensiero e di prassi storico-sociologica, in cui il rifiuto di Dio è pervenuto fino alla dichiarazione della sua "morte". Un'assurdità, questa, concettuale e verbale! Ma l'ideologia della "morte di Dio" minaccia piuttosto l'uomo, come indica il Vaticano II, quando, sottoponendo ad analisi la questione dell'"autonomia delle cose temporali", scrive: "La creatura... senza il Creatore svanisce... Anzi, l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa". L'ideologia della "morte di Dio" nei suoi effetti dimostra facilmente di essere, sul piano teoretico e pratico, l'ideologia della "morte dell'uomo".

4. Lo Spirito, che trasforma la sofferenza in amore salvifico

39. Lo Spirito, che scruta le profondità di Dio, è stato chiamato da Gesù nel discorso del Cenacolo il Paraclito. Infatti, sin dall'inizio "viene invocato" per "convincere il mondo quanto al peccato". Egli viene invocato in modo definitivo per mezzo della Croce di Cristo. Convincere del peccato vuol dire dimostrare il male in esso contenuto. Il che equivale a rivelare il mistero dell'iniquità. Non è possibile raggiungere il male del peccato in tutta la sua dolorosa realtà senza "scrutare le profondità di Dio". Sin dall'inizio l'oscuro mistero del peccato è apparso nel mondo sullo sfondo del riferimento al Creatore della libertà umana. Esso è apparso come un atto di volontà della creatura-uomo contrario alla volontà di Dio: alla volontà salvifica di Dio; anzi, è apparso in opposizione alla verità, sulla base della menzogna ormai definitivamente "giudicata": menzogna che ha posto in stato di accusa, in stato di permanente sospetto, lo stesso amore creativo e salvifico. L'uomo ha seguito il "padre della menzogna", ponendosi contro il Padre della vita e lo Spirito di verità. Il "convincere del peccato" non dovrà, dunque, significare anche il rivelare la sofferenza? Rivelare il dolore inconcepibile ed inesprimibile, che, a causa del peccato, il Libro sacro nella sua visione antropomorfica sembra intravvedere nelle "profondità di Dio" e, in un certo senso, nel cuore stesso dell'ineffabile Trinità? La Chiesa ispirandosi alla Rivelazione, crede e professa che il peccato è offesa di Dio. Che cosa nell'imperscrutabile intimità del Padre, del Verbo e dello Spirito Santo corrisponde a questa "offesa", a questo rifiuto dello Spirito che è amore e dono? La concezione di Dio, come essere necessariamente perfettissimo, esclude certamente da Dio ogni dolore, derivante da carenze o ferite; ma nelle "profondità di Dio" c'è un amore di Padre che dinanzi al peccato dell'uomo, secondo il linguaggio biblico, reagisce fino al punto di dire: "Sono pentito di aver fatto l'uomo". "Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra... E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo... Il Signore disse: "Sono pentito di averli fatti"". Ma più spesso il Libro sacro ci parla di un Padre, che prova compassione per l'uomo, quasi condividendo il suo dolore. In definitiva, questo imperscrutabile e indicibile "dolore" di padre genererà soprattutto la mirabile economia dell'amore redentivo in Gesù Cristo, affinché, per mezzo del mistero della pietà, nella storia dell'uomo l'amore possa rivelarsi più forte del peccato. Perché prevalga il "dono"! Lo Spirito Santo, che secondo le parole di Gesù "convince del peccato", è l'amore del Padre e del Figlio e, come tale, è il dono trinitario e, al tempo stesso, l'eterna fonte di ogni elargizione divina al creato. Proprio in lui possiamo concepire come personificata e attuata in modo trascendente quella misericordia, che la tradizione patristica e teologica, sulla linea dell'Antico e del Nuovo Testamento, attribuisce a Dio. Nell'uomo la misericordia include dolore e compassione per le miserie del prossimo. In Dio lo Spirito-amore traduce la considerazione del peccato umano in una nuova elargizione di amore salvifico. Da lui, nell'unità col Padre e col Figlio nasce l'economia della salvezza, che riempie la storia dell'uomo con i doni della redenzione. Se il peccato, rifiutando l'amore, ha generato la "sofferenza" dell'uomo che in qualche modo si è riversata su tutta la creazione, lo Spirito Santo entrerà nella sofferenza umana e cosmica con una nuova elargizione di amore, che redimerà il mondo. E sulla bocca di Gesù Redentore, nella cui umanità si invera la "sofferenza" di Dio, risuonerà una parola in cui si manifesta l'eterno amore, pieno di misericordia: "Misereor". Così da parte dello Spirito Santo il "convincere del peccato" diventa un manifestare davanti alla creazione "sottomessa alla caducità" e, soprattutto, nel profondo delle coscienze umane, come il peccato viene vinto mediante il sacrificio dell'Agnello di Dio, il quale è divenuto "fino alla morte" il servo obbediente che, riparando alla disobbedienza dell'uomo, opera la redenzione del mondo. In questo modo lo Spirito di verità, il Paraclito, "convince del peccato".

40. Il valore redentivo del sacrificio di Cristo è espresso con parole molto significative dall'autore della Lettera agli Ebrei, il quale, dopo aver ricordato i sacrifici dell'Antica Alleanza, in cui "il sangue dei capri e dei vitelli... purifica nella carne", soggiunge: "Quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente"? Pur consapevoli di altre possibili interpretazioni, le nostre considerazioni sulla presenza dello Spirito Santo in tutta la vita di Cristo ci portano a ravvisare in questo testo come un invito a riflettere sulla presenza del medesimo Spirito anche nel sacrificio redentore del Verbo Incarnato. Riflettiamo prima sulle parole iniziali che trattano di questo sacrificio e, in seguito, separatamente, sulla "purificazione della coscienza", da esso operata. È, infatti, un sacrificio offerto "con (= per opera di) uno Spirito eterno", il quale da esso "attinge" la forza di "convincere del peccato" in ordine alla salvezza. È lo stesso Spirito Santo che, secondo la promessa del Cenacolo, Gesù Cristo "porterà" agli apostoli il giorno della sua risurrezione, presentandosi loro con le ferite della crocifissione, e che "darà" loro "per la remissione dei peccati": "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi". Sappiamo che "Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth", come diceva Simon Pietro nella casa del centurione Cornelio. Conosciamo il mistero pasquale della sua "dipartita", secondo il Vangelo di Giovanni Le parole della lettera agli Ebrei ora ci spiegano in quale modo Cristo "offrì se stesso senza macchia a Dio" e come ciò fece "con uno Spirito eterno". Nel sacrificio del Figlio dell'uomo lo Spirito Santo è presente ed agisce così come agiva nel suo concepimento, nella sua venuta al mondo, nella sua vita nascosta e nel suo ministero pubblico. Secondo la Lettera agli Ebrei, sulla via della sua "dipartita" attraverso il Getsemani e il Golgota, lo stesso Cristo Gesù nella propria umanità si è aperto totalmente a questa azione dello Spirito-Paraclito, che dalla sofferenza fa emergere l'eterno amore salvifico. Egli è stato, dunque, "esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì". In questo modo tale Lettera dimostra come l'umanità, sottomessa al peccato nei discendenti del primo Adamo, in Gesù Cristo è diventata perfettamente sottomessa a Dio ed a lui unita e, nello stesso tempo, piena di misericordia verso gli uomini. Si ha così una nuova umanità, che in Gesù Cristo mediante la sofferenza della Croce è ritornata all'amore, tradito da Adamo col peccato. Essa si è ritrovata nella stessa fonte divina dell'elargizione originaria: nello Spirito, che "scruta le profondità di Dio" ed è amore e dono egli stesso. Il Figlio di Dio Gesù Cristo, come uomo, nell'ardente preghiera della sua passione, permise allo Spirito Santo, che già aveva penetrato fino in fondo la sua umanità, di trasformarla in un sacrifcio perfetto mediante l'atto della sua morte, come vittima di amore sulla Croce. Da solo egli fece questa oblazione. Come unico sacerdote, "offrì se stesso senza macchia a Dio". Nella sua umanità era degno di divenire un tale sacrificio, poiché egli solo era "senza macchia". Ma l'offrì "con uno Spirito eterno": il che vuol dire che lo Spirito Santo agì in modo speciale in questa assoluta autodonazione del Figlio dell'uomo, per trasformare la sofferenza in amore redentivo.

41. Nell'Antico Testamento più volte si parla del "fuoco dal cielo", che bruciava le oblazioni presentate dagli uomini. Per analogia si può dire che lo Spirito Santo è il "fuoco dal cielo", che opera nel profondo del mistero della Croce. Provenendo dal Padre, egli indirizza verso il Padre il sacrificio del Figlio, introducendolo nella divina realtà della comunione trinitaria. Se il peccato ha generato la sofferenza, ora il dolore di Dio in Cristo crocifisso acquista per mezzo dello Spirito Santo la sua piena espressione umana. Si ha così un paradossale mistero d'amore: in Cristo soffre un Dio rifiutato dalla propria creatura: "Non credono in me!". ma, nello stesso tempo dal profondo di questa sofferenza — e, indirettamente, dal profondo dello stesso peccato "di non aver creduto" — lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all'uomo e alla creazione fin dall'inizio. Nel profondo del mistero della Croce agisce l'amore, che riporta nuovamente l'uomo a partecipare alla vita, che è in Dio stesso. Lo Spirito Santo come amore e dono discende, in un certo senso, nel cuore stesso del sacrifcio che viene offerto sulla Croce. Riferendoci alla tradizione biblica, possiamo dire: egli consuma questo sacrifcio col fuoco dell'amore, che unisce il Figlio col Padre nella comunione trinitaria. E poiché il sacrificio della Croce è un atto proprio di Cristo, anche in questo sacrificio "egli riceve lo Spirito Santo". Lo riceve in modo tale, che poi egli — ed egli solo con Dio Padre — può "darlo" agli apostoli, alla Chiesa, all'umanità. Egli solo lo "manda" dal Padre. Egli solo si presenta davanti agli apostoli riuniti nel Cenacolo, "alita su di loro" e dice: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi", come aveva preannunciato Giovanni Battista: "Egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco". Con quelle parole di Gesù lo Spirito Santo è rivelato ed insieme è reso presente come amore che opera nel profondo del mistero pasquale, come fonte della potenza salvifica della Croce di Cristo, come dono della vita nuova ed eterna. Questa verità sullo Spirito Santo trova quotidiana espressione nella liturgia romana, quando il sacerdote, prima della comunione, pronuncia quelle significative parole: "Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per volontà del Padre e con l'opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo...". E nella III Preghiera Eucaristica, riferendosi alla stessa economia salvifica, il sacerdote chiede a Dio che lo Spirito Santo "faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito".

 

 

5. Il sangue, che purifica la coscienza

42. Abbiamo detto che, al culmine del mistero pasquale, lo Spirito Santo è definitivamente rivelato e reso presente in un mondo nuovo. Il Cristo risorto dice agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo". Viene in questo modo rivelato lo Spirito Santo, perché le parole di Cristo costituiscono la conferma delle promesse e degli annunci del discorso nel Cenacolo. E con ciò il Paraclito viene anche reso presente in un modo nuovo. Egli, in realtà, operava sin dall'inizio nel mistero della creazione e lungo tutta la storia dell'antica Alleanza di Dio con l'uomo. La sua azione è stata pienamente confermata dalla missione del Figlio dell'uomo come Messia, che è venuto nella potenza dello Spirito Santo. Al culmine della missione messianica di Gesù, lo Spirito Santo diventa presente nel mistero pasquale in tutta la sua soggettività divina: come colui che deve ora continuare l'opera salvifica, radicata nel sacrificio della Croce. Senza dubbio quest'opera viene affidata da Gesù ad uomini: agli apostoli, alla Chiesa. Tuttavia, in questi uomini e per mezzo di essi, lo Spirito Santo rimane il trascendente soggetto protagonista della realizzazione di tale opera nello spirito dell'uomo e nella storia del mondo: l'invisibile e, al tempo stesso, onnipresente Paraclito! Lo Spirito che "soffia dove vuole". Le parole, pronunciate da Cristo risorto, il giorno "primo dopo il sabato", mettono in particolare rilievo la presenza del Paraclito consolatore, come di colui che "convince il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio". Infatti, solo in questo rapporto, si spiegano le parole che Gesù pone in diretto riferimento col "dono" dello Spirito Santo agli apostoli. Egli dice: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi". Gesù conferisce agli apostoli il potere di rimettere i peccati, perché lo trasmettano ai loro successori nella Chiesa. Tuttavia, questo potere, concesso ad uomini, presuppone e include l'azione salvifica dello Spirito Santo. Divenendo "luce dei cuori", cioè delle coscienze, lo Spirito Santo "convince del peccato", ossia fa conoscere all'uomo il suo male e, nello stesso tempo lo orienta verso il bene. Grazie alla molteplicità dei suoi doni, per cui è invocato come il "settiforme", ogni genere di peccato dell'uomo può essere raggiunto dalla potenza salvifica di Dio. In realtà — come dice san Bonaventura — "in virtù dei sette doni dello Spirito Santo tutti i mali sono distrutti e sono prodotti tutti i beni". Sotto l'influsso del consolatore si compie, dunque quella conversione del cuore umano, che è condizione indispensabile del perdono dei peccati. Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono "non rimessi", come dice Gesù e con lui la Tradizione dell'Antica e della Nuova Alleanza. Infatti, le prime parole pronunciate da Gesù all'inizio del suo ministero, secondo il Vangelo di Marco, sono queste: "Convertitevi e credete al vangelo". La conferma di questa esortazione è il "convincere quanto al peccato" che lo Spirito Santo intraprende in modo nuovo in forza della redenzione, operata dal sangue del Figlio dell'uomo. Perciò, la Lettera agli Ebrei dice che questo "sangue purifica la coscienza". Esso, dunque, per così dire, apre allo Spirito Santo la via verso l'intimo dell'uomo, cioè il santuario delle coscienze umane.

43. Il Concilio Vaticano II ha ricordato l'insegnamento cattolico sulla coscienza, parlando della vocazione dell'uomo e, in particolare, della dignità della persona umana. Proprio la coscienza decide in modo specifico di questa dignità. Essa, infatti, è "il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimo". Essa chiaramente "dice alle orecchie del cuore: Fa' questo, fuggi quest'altro". Una tale capacità di comandare il bene e di proibire il male, inserita dal Creatore nell'uomo, è la principale proprietà del soggetto personale. Ma, al tempo stesso, "nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve invece obbedire". La coscienza, dunque, non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invece, in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva, che fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandi e i divieti che sono alla base del comportamento umano, come traspare fin dalla pagina del Libro della Genesi, già richiamato. Proprio in questo senso la coscienza è l'"intimo sacrario", in cui "risuona la voce di Dio". Essa è "la voce di Dio" persino quando l'uomo riconosce esclusivamente in essa il principio dell'ordine morale, di cui umanamente non si può dubitare, anche senza un diretto riferimento al Creatore: proprio in questo riferimento la coscienza trova sempre il suo fondamento e la sua giustificazione. L'evangelico "convincere quanto al peccato" sotto l'influsso dello Spirito di verità non può realizzarsi nell'uomo per altra via se non per quella della coscienza. Se la coscienza è retta, allora serve "per risolvere secondo verità i problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale"; allora "le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità". Frutto della retta coscienza è, prima di tutto, il chiamare per nome il bene e il male, come fa ad esempio la stessa Costituzione pastorale: "Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente; gli sforzi di costrizione psicologica. tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita infraumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili"; e, dopo aver chiamato per nome i molteplici peccati, così frequenti e diffusi nel nostro tempo, essa aggiunge: "Tutte queste cose e altre simili sono certamente vergognose e, mentre corrompono la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ben più di quelli che le subiscono; e offendono al massimo l'onore del Creatore". Chiamando per nome i peccati che più disonorano l'uomo, e dimostrando che essi sono un male morale che grava negativamente su qualsiasi bilancio del progresso dell'umanità, il Concilio insieme descrive tutto ciò come una tappa "della lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre", che caratterizza "tutta la vita umana, sia individuale che collettiva". L'assemblea del Sinodo dei Vescovi del 1983 sulla riconciliazione e la penitenza ha precisato ancor meglio il significato personale e sociale del peccato dell'uomo.

44. Ebbene, nel Cenacolo, la vigilia della sua Passione, e poi la sera di Pasqua, Gesù Cristo si è appellato allo Spirito Santo come a colui, il quale testimonia che nella storia dell'umanità perdura il peccato. Tuttavia, il peccato è sottoposto alla potenza salvifica della redenzione. Il "convincere il mondo del peccato" non si esaurisce nel fatto che esso viene chiamato per nome e identificato per quello che è su tutta la scala che gli è propria. Nel convincere il mondo del peccato, lo Spirito di verità s'incontra con la voce delle coscienze umane. Su questa via si giunge alla dimostrazione delle radici del peccato, che sono nell'intimo dell'uomo, come mette in rilievo la stessa Costituzione pastorale: "In verità, gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quello squilibrio più fondamentale, radicato nel cuore dell'uomo. È nell'uomo stesso che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura fa l'esperienza dei suoi molteplici limiti; dall'altra, si sente illimitato nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunciare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe". Il testo conciliare fa qui riferimento alle note parole di san Paolo. Il "convincere quanto al peccato", che accompagna la coscienza umana in ogni approfondita riflessione su se stessa, porta dunque alla scoperta delle sue radici nell'uomo, come anche dei condizionamenti della coscienza stessa nel corso della storia. Ritroviamo in questo modo quella realtà originaria del peccato, della quale si è già parlato. Lo Spirito Santo "convince quanto al peccato" in rapporto al mistero dell'inizio, indicando il fatto che l'uomo è un essere creato e, dunque, è in una totale dipendenza ontologica ed etica dal Creatore, e ricordando, al tempo stesso, l'ereditaria peccaminosità della natura umana. Ma lo Spirito Santo consolatore "convince del peccato" sempre in relazione alla Croce di Cristo. In questa relazione il cristianesimo respinge ogni "fatalità" del peccato. È "una dura lotta contro le potenze delle tenebre, lotta che, cominciata fin dall'origine del mondo, continuerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno" — insegna il Concilio. "Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza". L'uomo, dunque, lungi dal lasciarsi "irretire" nella sua condizione di peccato, appoggiandosi alla voce della propria coscienza, "deve combattere senza soste per aderire al bene, né può conseguire la sua unità interiore se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio". Il Concilio giustamente vede il peccato come fattore della rottura, che grava sia sulla vita personale che su quella sociale dell'uomo; ma, nello stesso tempo, ricorda instancabilmente la possibilità della vittoria.

 

45. Lo Spirito di verità, che "convince il mondo del peccato", s'incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l'amore nel cuore stesso dell'uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l'uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un'eco lontana di quel "pentimento di aver creato l'uomo", che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella "riprovazione" che, inscrivendosi nel "cuore" della Trinità, in forza dell'eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell'obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l'autentica conversione del cuore: è l'evangelica "métanoia". La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa "métanoia", o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa "luce delle coscienze", penetra e riempie "la profondità dei cuori" umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l'uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant'Agostino sul mistero dell'uomo, commentando le parole del Salmo: "L'abisso chiama l'abisso". Proprio nei riguardi di questa "abissale profondità" dell'uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo "viene" in forza della "dipartita" di Cristo nel mistero pasquale: viene in ogni fatto concreto di conversione-remissione, in forza del sacrificio della Croce: in esso, infatti, "il sangue di Cristo... purifica le coscienze dalle opere morte, per servire il Dio vivente". Si adempiono così di continuo le parole sullo Spirito Santo come "un altro consolatore", le parole rivolte nel Cenacolo agli apostoli e indirettamente a tutti: "Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi sarà in voi".

6. Il peccato contro lo Spirito Santo

46. Sullo sfondo di ciò che abbiamo detto finora, diventano più comprensibili alcune altre parole, impressionanti e sconvolgenti, di Gesù. Le potremmo chiamare le parole del "non-perdono". Esse ci sono riferite dai Sinottici in rapporto ad un particolare peccato, che è chiamato "bestemmia contro lo Spirito Santo". Eccole come sono state riferite nella triplice loro redazione.

Matteo:

"Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro".

Marco:

"Tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini, e anche tutte le bestemmie che diranno, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna".

Luca:

"Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato".

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile?

Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d'Aquino che si tratta di un peccato:

"irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati". Secondo una tale esegesi la "bestemmia" non consiste propriamente nell'offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all'uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. Se l'uomo rifiuta quel "convincere quanto al peccato", che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la "venuta" del consolatore — quella "venuta" che si è attuata nel mistero pasquale, in unità con la potenza redentrice del sangue di Cristo: il sangue che "purifica la coscienza dalle opere morte". Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati. Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle "opere morte", nel peccato. E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l'intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa "non-remissione" è legata, come a sua causa, alla "non penitenza", cioè al radicale rifiuto di convertirsi. Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della redenzione, le quali, tuttavia, rimangono "sempre" aperte nell'economia della salvezza, in cui si compie la missione dello Spirito Santo. Questi ha l'infinita potenza di attingere a queste fonti: "Prenderà del mio", ha detto Gesù. In questo modo egli completa nelle anime umane l'opera della redenzione, compiuta da Cristo, dispensandone i frutti. Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall'uomo, che rivendica un suo presunto "diritto" di perseverare nel male — in qualsiasi peccato — e rifiuta così la redenzione. L'uomo resta chiuso nel peccato, rendendo da parte sua impossibile la sua conversione e, dunque, anche la remissione dei peccati, che ritiene non essenziale o non importante per la sua vita. È, questa, una condizione di rovina spirituale, perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non permette all'uomo di uscire dalla sua autoprigionia e di aprirsi alle fonti divine della purificazione delle coscienze e della remissione dei peccati.

47. L'azione dello Spirito di verità, che tende al salvifico "convincere quanto al peccato", incontra nell'uomo che si trova in tale condizione una resistenza interiore, quasi un'impermeabilità della coscienza, uno stato d'animo che si direbbe consolidato in ragione di una libera scelta: è ciò che la Sacra Scrittura di solito chiama "durezza di cuore". Nella nostra epoca a questo atteggiamento di mente e di cuore corrisponde forse la perdita del senso del peccato, alla quale dedica molte pagine l'Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia. Già il Papa Pio XII aveva affermato che "il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato", e tale perdita va di pari passo con la "perdita del senso di Dio". Nell'Esortazione citata leggiamo: "In realtà, Dio è la radice e il fine supremo dell'uomo, e questi porta in sé un germe divino. Perciò, è la realtà di Dio che svela e illumina il mistero dell'uomo. È vano, quindi, sperare che prenda consistenza un senso del peccato nei confronti dell'uomo e dei valori umani, se manca il senso dell'offesa commessa contro Dio, cioè il senso vero del peccato". La Chiesa, perciò, non cessa di implorare da Dio la grazia che non venga meno la rettitudine nelle coscienze umane, che non si attenui la loro sana sensibilità dinanzi al bene e al male. Questa rettitudine e sensibilità sono profondamente legate all'intima azione dello Spirito di verità. In questa luce acquistano particolare eloquenza le esortazioni dell'Apostolo: "Non spegnete lo Spirito". "Non vogliate rattristare lo Spirito Santo". Soprattutto, però, la Chiesa non cessa di implorare con sommo fervore che non aumenti nel mondo quel peccato chiamato dal Vangelo "bestemmia contro lo Spirito Santo"; che esso, anzi, retroceda nelle anime degli uomini — e per riflesso negli stessi ambienti e nelle varie forme della società —, cedendo il posto all'apertura delle coscienze, necessaria per l'azione salvifica dello Spirito Santo. La Chiesa implora che il pericoloso peccato contro lo Spirito lasci il posto ad una santa disponibilità ad accettare la sua missione di consolatore, quando egli viene per "convincere il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio".

48. Nel suo discorso di addio Gesù ha unito questi tre àmbiti del "convincere" come componenti della missione del Paraclito: il peccato, la giustizia e il giudizio. Essi segnano lo spazio di quel mistero della pietà, che nella storia dell'uomo si oppone al peccato, al mistero dell'iniquità. Da un lato, come si esprime sant'Agostino, c'è l'"amore di sé fino al disprezzo di Dio"; dall'altro, c'è l'"amore di Dio fino al disprezzo di sé". La Chiesa di continuo innalza la sua preghiera e presta il suo servizio, perché la storia delle coscienze e la storia delle società nella grande famiglia umana non si abbassino verso il polo del peccato col rifiuto dei comandamenti divini "fino al disprezzo di Dio", ma piuttosto si elevino verso l'amore, in cui si rivela lo Spirito che dà la vita. Coloro che si lasciano "convincere quanto al peccato" dallo Spirito Santo, si lasciano anche convincere quanto "alla giustizia e al giudizio". Lo Spirito di verità, che aiuta gli uomini, le coscienze umane, a conoscere la verità del peccato, al tempo stesso fa sì che conoscano la verità di quella giustizia che entrò nella storia dell'uomo con Gesù Cristo. In questo modo, coloro che "convinti del peccato" si convertono sotto l'azione del consolatore, vengono, in un certo senso, condotti fuori dall'orbita del "giudizio": di quel "giudizio", col quale "il principe di questo mondo è stato giudicato". La conversione, nella profondità del suo mistero divino-umano, significa la rottura di ogni vincolo col quale il peccato lega l'uomo nell'insieme del mistero dell'iniquità. Coloro che si convertono, dunque, vengono condotti dallo Spirito Santo fuori dall'orbita del "giudizio", e introdotti in quella giustizia, che è in Cristo Gesù, e vi è perché la riceve dal Padre, come un riflesso della santità trinitaria. Questa è la giustizia del Vangelo e della redenzione, la giustizia del Discorso della montagna e della Croce, che opera la purificazione della coscienza mediante il sangue dell'Agnello. È la giustizia che il Padre rende al Figlio ed a tutti coloro, che sono uniti a lui nella verità e nell'amore. In questa giustizia lo Spirito Santo, Spirito del Padre e del Figlio, che "convince il mondo quanto al peccato", si rivela e si rende presente nell'uomo come Spirito di vita eterna.

PARTE III - LO SPIRITO CHE DÀ LA VITA

1. Motivo del Giubileo del Duemila: Cristo, il quale fu concepito di Spirito Santo

49. Allo Spirito Santo si volgono il pensiero e il cuore della Chiesa in questa fine del ventesimo secolo e nella prospettiva del terzo Millennio dalla venuta di Gesù Cristo nel mondo, mentre guardiamo verso il grande Giubileo con cui la Chiesa celebrerà l'evento. Tale venuta, infatti, si misura, secondo il computo del tempo, come un evento che appartiene alla storia dell'uomo sulla terra. La misura del tempo adoperata comunemente definisce gli anni, i secoli e i millenni secondo che trascorrono prima o dopo la nascita di Cristo. Ma bisogna anche tener presente che questo evento significa per noi cristiani, secondo l'Apostolo, la "pienezza del tempo", perché in esso la storia dell'uomo è stata completamente penetrata dalla "misura" di Dio stesso: una trascendente presenza del "nunc" eterno. "Colui che è che era e che viene". colui che è "l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine". "Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna". "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna..., perché ricevessimo l'adozione a figli". E questa incarnazione del Figlio-Verbo è avvenuta per opera dello Spirito Santo. I due evangelisti, ai quali dobbiamo il racconto della nascita e dell'infanzia di Gesù di Nazareth, si pronunciano in questa questione allo stesso modo. Secondo Luca all'annunciazione della nascita di Gesù, Maria domanda "Come avverrà questo? Non conosco uomo", e riceve questa risposta: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà, dunque, santo e chiamato Figlio di Dio". Matteo narra direttamente: "Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo". Turbato da questo stato di cose, Giuseppe riceve durante il sonno la seguente spiegazione: "Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati". Perciò, la Chiesa sin dall'inizio professa il mistero dell'incarnazione, questo mistero-chiave della fede, riferendosi allo Spirito Santo. Recita il Simbolo Apostolico: "Il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine". Non diversamente il Simbolo niceno-costantinopolitano attesta: "Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo". "Per opera dello Spirito Santo" si è fatto uomo colui che la Chiesa, con le parole dello stesso Simbolo, confessa essere Figlio consostanziale al Padre: "Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato". Si è fatto uomo "incarnandosi nel seno della Vergine Maria". Ecco che cosa si è compiuto, quando "venne la pienezza del tempo".

50. Il grande Giubileo, conclusivo del secondo Millennio, al quale la Chiesa già si prepara, ha direttamente un profilo cristologico: si tratta, infatti, di celebrare la nascita di Gesù Cristo. Nello stesso tempo, esso ha un profilo pneumatologico, poiché il mistero dell'incarnazione si è compiuto "per opera dello Spirito Santo". L'ha "operato" quello Spirito che — consostanziale al Padre e al Figlio — è, nell'assoluto mistero di Dio uno e trino, la Persona-amore, il dono increato, che è fonte eterna di ogni elargizione proveniente da Dio nell'ordine della creazione, il principio diretto e, in certo senso, il soggetto dell'autocomunicazione di Dio nell'ordine della grazia. Di questa elargizione, di questa divina autocomunicazione il mistero dell'incarnazione costituisce il culmine. In effetti, la concezione e la nascita di Gesù Cristo sono la più grande opera compiuta dallo Spirito Santo nella storia della creazione e della salvezza: la suprema grazia — la "grazia dell'unione", fonte di ogni altra grazia come spiega san Tommaso. A questa opera si riferisce il grande Giubileo e si riferisce anche — se penetriamo nel suo profondo — all'artefice di quest'opera, alla Persona dello Spirito Santo. Alla "pienezza del tempo" corrisponde, infatti, una particolare pienezza dell'autocomunicazione di Dio uno e trino nello Spirito Santo. "Per opera dello Spirito Santo" si compie il mistero dell'"unione ipostatica", cioè dell'unione della natura divina e della natura umana della divinità e dell'umanità nell'unica Persona del Verbo-Figlio. Quando Maria, al momento dell'annunciazione, pronuncia il suo "fiat": "Avvenga di me quello che hai detto", ella concepisce in modo verginale un uomo, il Figlio dell'uomo, che è il Figlio di Dio. Mediante una tale "umanizzazione" del Verbo-Figlio, l'autocomunicazione di Dio raggiunge la sua pienezza definitiva nella storia della creazione e della salvezza. Questa pienezza acquista una particolare densità ed eloquenza espressiva nel testo del Vangelo di Giovanni: "Il Verbo si fece carne". L'incarnazione di Dio-Figlio significa l'assunzione all'unità con Dio non solo della natura umana, ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è "carne": di tutta l'umanità, di tutto il mondo visibile e materiale. L'incarnazione, dunque, ha anche un suo significato cosmico, una sua cosmica dimensione. Il "generato prima di ogni creatura", incarnandosi nell'umanità individuale di Cristo, si unisce in qualche modo con l'intera realtà dell'uomo, il quale è anche "carne" — e in essa con ogni "carne", con tutta la creazione.

51. Tutto ciò si compie per opera dello Spirito Santo e