(cioe' il
Vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe):
simpatico e
ironico pamphlet dell'arcivescovo di Bologna che dipinge un nuovo vangelo
conforme alla mentalità di questo secolo.
del card
Giacomo
Biffi
UNA SCOPERTA SENSAZIONALE
La notizia sarebbe ancora sotto segreto. Una
ristretta commissione di esperti sta faticando con la tranquilla impazienza dei
dotti a dare una perfetta edizione critica di tutto il materiale di cui sono
avventurosamente venuto in possesso.
In questo genere di lavoro di solito si va per le
lunghe. E', gente precisa, puntigliosa. E se c'è in taluni un residuo di
italica disinvoltura, è intimidito e come raggelato dal pensiero di quel che
potranno dire e scrivere i sapienti d'oltralpe. Sicché ci vorranno degli anni.
D'altronde è urgente a mio parere che questi antichi
frammenti si conoscano. La carità mi spinge a violare l'impegno al riserbo, col
rischio di incorrere nell'ira dei miei colleghi occhialuti e taciturni. Sono
persone miti, inoffensive, laboriose come le api. Nulla è però più duraturo e
micidiale dei loro risentimenti, quando vengono stuzzicati nel loro proprio
campo.
Tanto più grande e meritevole apparirà il mio amore
per la cristianità e per le sue attuali controversie. Ma forse è meglio che
cominci a spiegare tutto dal principio.
In principio c'è il commendator Giovanni Migliavacca,
anzi Migliavacca commendator Giovanni, come ha impavidamente stampato sui suoi
biglietti da visita.
Ci fosse un "trattato sull'industriale
milanese", verrebbe riprodotto in copertina come uno dei più perfetti
esemplari. Cosa fabbrichi non ho mai ben capito, Qualunque cosa sia, riesce a
venderla a tutte le latitudini. Ai suoi tempi ha fatto le "tecniche"
alla sera e parla il francese e l'inglese con la stessa difficoltà dell'italiano.
Le sue impiegate, di bella presenza, dovrebbero sapere tre lingue. Ma quanto
più è bella la presenza, tanto meno si formalizza sulla glottologia. Ma non c'è
da pensare male: in ufficio è paterno, ma serio. La segretaria gli serve come
l'Enciclopedia Treccani nel soggiorno della sua cosa. Arredano l'ambiente: le
guarda con soddisfazione, ma non le tocca. Non vuole complicazioni, né con la
moglie né con la cultura.
E' cattolico convinto. Sua moglie difatti va a messa
tutte le domeniche libere e sua figlia ha studiato dalle Marcelline.
A parole è fiero oppositore del governo, per via
delle tasse. In fondo al cuore spera che le cose non cambino. Egli si è fatto
tutto nel ventennio democristiano, e all'epoca del "miracolo
economico" è riuscito anche a piazzarsi sui mercati internazionali davanti
ai concorrenti francesi e inglesi, ai quali è rimasta sempre in fondo al cuore
la persuasione di essere stati raggirati: l'avevano preso per un italiano -
spaghetti, mandolino, "dolce far niente" - e quando si sono accorti
che era un milanese era già troppo tardi.
Le sue convinzioni sociali sono ben definite: dal Po,
in giù sono tutti "terroni", ma la colpa è di Garibaldi che ci ha
messo insieme; la politica è una cosa sporca ed è per i meridionali che non sanno
far altro, però i sottosegretari si invitano a pranzo anche se sono della
Basilicata.
I preti devono interessarsi solo di quel che succede
in chiesa, ma anche in chiesa non devono proibire di cantare l'"Ave
Maria" durante il matrimonio della sua "bambina", perché
"lui paga".
Gli operai fanno sciopero perché non hanno voglia di
lavorare come invece lavora lui, che è sulla breccia dall'alba a mezzanotte.
Naturalmente, come tutti i milanesi è convinto di
avere il "cuore in mano". Non sfugge a nessuna colletta, a nessuna
richiesta. In Valsassina, dove ha la casetta del "vikend" mantiene il
riscaldamento all'asilo dei paese. E se il Milan vince il campionato, i frati
di Padova ricevono un assegno di sei cifre.
Rispetta tutte le opinioni, tranne quelle dei sindacati
e dei tifosi dell'Inter.
Rispetta gli animali, i preti, i carabinieri, a patto
che restino tutti a una certa distanza.
Io sono un prete. E tuttavia è mio amico.
E' mio amico fin dall'infanzia. Pur essendo più
anziano di me di qualche anno, è stato mio compagno di giochi nel cortiletto
dei nostro caseggiato popolare, dalle ringhiere perennemente pavesate di
camicie e di mutande, donde occhieggiavano di tanto in tanto le nostre madri a
rassicurarsi che la nostra scapestraggine restasse nel limite dei sopportabile.
Poi io ho fatto il prete e lui i soldi, ma siamo
rimasti amici lo stesso.
Nell'aprile del '67 - proprio poche settimane prima
della "guerra dei sei giorni" - il comm. Giovanni Migliavacca mi dice
a bruciapelo: "Vieni a fare un giro con me in Palestina?".
Era a causa del Padre Mariano della televisione.
L'aveva sentito una sera che era a letto con l'influenza parlare del paese di
Gesù, Nazaret, Gerusalemme, Betlemme, nomi che gli ricordavano il presepio e i
pomeriggi domenicali all'oratorio, e gli era venuto il ghiribizzo - come una
nostalgia - di andarli a vedere di persona. E aveva trovato naturale pensare a
me, prete, come accompagnatore.
La proposta mi provocò una crisi di coscienza. Potevo
senza rimorsi spendere tanti soldi per un viaggio, sia pure per un
pellegrinaggio in Terra Santa? E' vero che io vedevo tanti miei confratelli - i
più informati sui nuovi sviluppi del cristianesimo post-conciliare - andare un
po' in tutte le parti dei mondo a dialogare sull'impegno e sul disimpegno,
sulla comunità primitiva e sulla povertà evangelica.
Si parlava anzi in quei giorni di un prossimo raduno
internazionale alle Isole Bahamas per la riscoperta della Chiesa dei poveri. Io
però non sarei andato a dialogare e perciò non avevo scuse.
"Ma ghe pensi mi per la grana", ripeteva
spazientito il Migliavacca. Era per la mia coscienza cascare dalla padella
nella brace: potevo compromettermi in questo modo con un tipico rappresentante
del capitalismo e correre così il rischio di venire perfettamente "integrato
nel sistema"?
Alla fine il desiderio fu più forte delle mie
titubanze. E così una mattina d'aprile salivo sull'aereo dietro il mio
commendatore, con l'eccitazione e la vergogna di un adolescente d'altri tempi
che varcasse per la prima volta la soglia di una casa di peccato.
Il resoconto del nostro soggiorno palestinese mi
porterebbe fuori argomento. Ai nostri fini basti dire che, esaurita la visita
ai luoghi santi e qualche approssimativa devozione, il commendator Giovanni
Migliavacca si era abbandonato anche là all'istinto dell'uomo d'affari, e,
vestito mezzo americano e mezzo arabo, s'aggirava tutto il giorno per le
stradette e le bottegucce tutto intento a farsi spennare da quei musi
levantini. Ci vedevamo a cena, quando ritornava carico di tutta la paccottiglia
del Medio Oriente.
Una sera mi viene in albergo con un involto
misterioso pieno di carte sbrindellate. "Tieni, questa è roba per te che
hai studiato il latino. Ho capito subito io che sono stracci del "tempo di
Carlo Codiga" o almeno dei Lombardi alla prima crociata".
Già avevo cominciato a canzonarlo, come facevo, ma
qualcosa in quei brandelli mi colpì. Si trattava senza dubbio di pergamene di
una antichità impressionante. Benché sbiaditi e quasi cancellati dalla polvere
e dalle macchie, i segni che vi erano mi apparvero subito come caratteri greci,
gli stessi dei più antichi codici del Nuovo Testamento. Metteva conto di
considerarli con un po' di attenzione.
L'esame degli esperti, dopo il nostro ritorno, diede
risultati sensazionali. Erano frammenti - ci si assicurò della metà del secondo
secolo, di uno scritto cristiano che poteva benissimo risalire alla fine del
primo. Pagine di un "quinto evangelo" sobrio nella forma e originale
nel contenuto, capace di gettare una luce nuovissima sull'autentico insegnamento
di Gesù.
Finanziati dall'impagabile commendatore - che si
dimostrava tanto più entusiasta quanto meno ci capiva - ci si accinse in
équipe, com'è d'obbligo oggi, a preparare l'edizione critica, una fatica che è
solo ai suoi inizi.
Quando vedrà la luce, sarà un trauma per il mondo dei
dotti. Migliaia di volumi pubblicati dalla cultura tedesca, francese,
anglosassone per risolvere la questione sinottica e il problema dell'origine
degli evangeli dovranno essere mandati al macero e tutto si dovrà ristudiare da
capo. Centinaia di professori universitari vivono oggi ignari i loro ultimi
anni di tranquillità prima della disperazione e dell'infarto.
Ma io non posso aspettare l'edizione critica. Ed ecco
perché.
Un vento nuovo spira in questi anni sulla cristianità.
Idee giovani e vigorose lievitano il popolo di Dio. Sacerdoti, teologi,
teologhesse enunciano concetti ogni giorno più sorprendenti, nei linguaggi più
disparati, tra la meraviglia attonita degli abitanti di Gerusalemme: è una
nuova Pentecoste.
Io sarei stato dall'inizio tra gli ammiratori senza
riserve di questo moderno multiforme "annuncio", se non avessi
incontrato una difficoltà; tutti questi maestri dichiaravano di voler tornare
ai genuini insegnamenti di Gesù, come sono contenuti negli scritti del Nuovo
Testamento, senza incrostazioni, senza "superstrutture"; eppure le
loro dottrine non mi apparivano suffragate dai testi sacri a nostra
disposizione.
Non che mi sembrassero sbagliate. Anzi, mi tutte
belle e affascinanti, ma non ne vedevo il fondamento evangelico. Mi mancava il
loro collegamento con Cristo e questo mi metteva a disagio. Forse, nei rari
momenti di silenzio interiore, metteva a disagio anche, i loro sostenitori.
Ed ecco che quasi per miracolo il collegamento mi
veniva offerto dalle cartacce raccolte chissà dove dal commendator Migliavacca
Giovanni. Ognuno di quei frammenti sembrava costituire la prova finora mancante
alla genuinità biblica delle nuove dottrine. Tutto mi diventava chiaro.
Nessuno si meraviglierà allora dell'entusiasmo che mi
ha afferrato alla scoperta, e della mia impazienza, per la quale non ho saputo
attendere la famosa edizione scientifica, che ho preannunciato, e mi sono
deciso a pubblicare questi testi in una traduzione forse un po' spigliata, ma
sostanzialmente fedele, e con un modesto commento illustrativo.
Se incorrerò nel biasimo dei miei colleghi, che
pubblicheranno tra non molto in modo impeccabile il testo originale e l'esame
comparato delle sue fonti spero almeno di avere la riconoscenza di tutti quei
pensatori - si fa per dire - che troveranno in queste brevi pagine una base
sicura per i loro ardimenti.
A qualcuno potrà non garbare l'idea del vecchio
manoscritto. Non vorremmo si arrivasse addirittura a mettere in dubbio la buona
fede nostra o del nostro amico commendatore.
Questi ritrovamenti sono capitati con molta frequenza
in questi ultimi secoli, anche ai migliori scrittori; Perché sarebbero
interdetti solo al signor Migliavacca? Il quale è decisissimo a non mostrare le
sue preziose pergamene a nessun curioso che ne facesse richiesta. E ha invece
disposto che alla sua morte vengano consegnate alla Biblioteca Ambrosiana, dove
resteranno, custodite con uguale amore, assieme alle pagine autografe del
celebre Anonimo manzoniano.
FRAMMENTO 1
Prostratisi lo adorarono. Poi, aperti i loro scrigni,
gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 2, 11).
Prostratisi lo adorarono. Poi, aperti i loro scrigni,
gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Ma disse Giuseppe: L'oro non lo
possiamo accettare, perchè è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo
riceve (Quinto evangelo)
L'episodio dei Magi ci descrive la vicenda spirituale
degli uomini di cultura, che, persi nella contemplazione delle loro chimere e
attardati dalla selva intricata dei loro ragionamenti, arrivano a Betlemme in
ritardo su tutti, a spettacolo finito.
Però ci arrivano, perché nella capanna c'è posto per
tutti, perfino per qualche intellettuale.
Anche questo evangelo - come quello di Matteo - tace
degli altri Magi, che partiti al seguito della stella sbagliata giunsero chi
alla reggia del celeste impero, chi dal Negus degli Etiopi e persero così
l'occasione di passare alla storia. Distratti, scombinati, pronti sempre sul
terreno pratico ad ogni balordaggine, scelgono per il re dei Giudei i regali
meno opportuni. Intanto l'offerta della mirra - che serviva per il trattamento
dei cadaveri - era di pessimo gusto per un neonato: non si va a suscitare
pensieri di morte laddove è appena sbocciata la vita.
L'incenso poi, avviando l'uso nel cristianesimo di
questa materia propria delle corti e dei templi orientali, ha segnato l'inizio
del trionfalismo liturgico ed ecclesiastico, che tutti deprechiamo.
Ma con l'oro questi goffi personaggi hanno superato
ogni limite prevedibile. Come? Il Figlio di Dio vede la luce in una stalla, si
circonda di caprari e di vaccari, volendo in tal modo manifestare la sua
volontà di fondare la Chiesa dei poveri, ed ecco che arrivano questi signori a
contaminare con la loro ricchezza la pura austerità del quadro. Sotto lo
sguardo sbigottito dell'asino e del bue, trovava il suo principio la Chiesa
costantiniana.
E' mai possibile che questa Chiesa costantiniana
nascesse senza contestazioni? Stando a Matteo sembrerebbe quasi che l'oro -
emblema e fonte di ogni corruzione - fosse stato tranquillamente accettato
dalla sacra famiglia.
Ma qui veniamo a sapere come si sono svolti veramente
i fatti: Giuseppe, uomo taciturno e rude, con dignità e calma, ma con estrema
fermezza esprime il suo dissenso, enunciandone la ragione profonda: laddove c'è
oro, non ci può essere né Cristo né la Chiesa di Cristo.
Il frammento è tanto più significativo in quanto ci
riferisce la sola frase del falegname di Nazaret di cui abbiamo notizia: poche
parole che valgono interi decreti conciliari.
E i Magi, con l'inconsapevolezza giuliva dei
professori quando si avventurano nel mondo degli uomini, se ne ritornarono per
un'altra strada, senza avere neppure il sospetto dei guai che avevano causato
alla storia universale.
FRAMMENTO 2
E le folle gli domandavano: "E allora che cosa
dobbiamo fare?". Egli rispondeva: "Chi ha due tuniche ne faccia parte
a chi non ne ha e chi ha alimenti faccia altrettanto".
Vennero anche alcuni pubblicani per farsi battezzare
e gli dissero: "Maestro che cosa dobbiamo fare? ". Egli rispose
"Non esigete di più di quanto vi è stato ordinato". Lo interrogarono
anche alcuni soldati: "E noi che cosa dobbiamo fare?". E disse loro:
"Non vessate né denunziate falsamente nessuno, e contentatevi delle vostre
paghe". (Lc 3, 10-14)
Giovanni diceva alla folla: Chi non ha tunica, la
strappi a chi ne ha due, e chi non ha da mangiare faccia altrettanto. E ai
pubblicani: Lasciate ai figli di Satana il denaro di Satana. Ai soldati diceva:
Gettate lo scudo e la lancia, perché anche solo il portare gli strumenti di
guerra, rende partecipi dei peccato di Caino. (Quinto evangelo)
E' un frammento illuminante, liberatore. Noi siamo
sempre stati inceppati, nel nostro desiderio di aiutare il mondo moderno, non
solo dalle parole di Gesù, ma anche da quelle di Giovanni.
Qui invece il messaggio del Battezzatore appare sotto
tutt'altra luce e la sua stessa figura, così trasandata nel vestiario e così
irrispettosa delle buone norme del vivere borghese, ci si fa simpatica e più
vicina.
"Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne
ha". L'ingenuità di questa proposta denota tra l'altro un'assoluta
mancanza di senso del ridicolo, a meno di prenderla come una battuta di
spirito. Se sono questi i rimedi proposti dal cristianesimo all'ingiustizia del
mondo, sarebbe meglio cambiare dottore. Ma ecco che apprendiamo che tutto deve
essere rovesciato. E allora la norma si fa chiara, sensata, ragionevolissima.
L'incoraggiamento poi di Giovanni agli esattori
perché proseguano nella loro azione seviziatrice, faceva del Battista una delle
figure più ostiche della storia. Che rivoluzionario è mai questo tanto
integrato da appoggiare addirittura il fiscalismo statale? La risposta qui
riferita fa invece contenti tutti: gli eversori della società ingiusta che in
tal modo la possono colpire nel suo punto più sensibile; i "figli di
Satana", cui è consentito di godere in pace il loro denaro; e i pubblicani
che se ne andranno a cercare un'occupazione meno compromettente.
Infine gli obbiettori di coscienza. Non potevano
capacitarsi che proprio il Battezzatore, che per altri versi era un personaggio
tanto aderente ai loro ideali, fosse uscito in quella acritica accettazione
della vita militare. Come appellarsi al Vangelo, se il precursore stesso aveva
esortato i soldati a restare soldati, senza neppure avvedersi delle gravi
questioni morali implicate dalle sue parole? Anche a loro questo frammento darà
non poco sollievo.
FRAMMENTO 3
Ed avendolo condotto più in alto, gli mostrò tutti i
regni della terra in un solo istante. E il diavolo gli disse: "Io ti darò
tutta questa potenza con la loro gloria, perché a me è stata data, e io la dò a
chi voglio. Se tu dunque ti prostrerai davanti a me, tutto sarà tuo". E
Gesù così gli rispose: "Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a Lui
solo renderai culto" (Lc
4, 5-8)
Ed avendolo condotto più in alto gli mostrò tutti i
regni della terra in un solo istante. E il diavolo gli disse: io ti darò tutta
questa potenza con la loro gloria, perché a me è stata data e io la dò a chi
voglio. Se tu dunque ti prostrerai davanti a me, tutto sarà tuo. E Gesù così
gli rispose: A parte la pretesa di farti adorare, questa terza proposta mi
conviene. lo prendo sotto il mio dominio i regni della terra, perché dov'è la
miseria io porti la gioia, dov'è l'ingiustizia io porti la giustizia, dov'è la
schiavitù e l'oppressione io porti la libertà, e ci sia pace sulla terra Per
tutti i figli dell'uomo.
(Quinto evangelo)
Questo modo di concludere l'episodio delle tentazioni
ci sembra molto più intelligente di quello riferitoci dalla tradizione
sinottica. Nostro Signore si rivela un uomo di grande buon senso, che sa per il
bene dell'umanità trascurare le questioni di forma.
Perché rinunciare al dominio sui regni della terra,
per poi affannarsi a conquistare il mondo con la missione degli apostoli e la
fondazione della Chiesa? Una volta che tutto il potere è di Cristo, anche la
cristianizzazione diventa più facile.
Nella versione comune, la condotta di Gesù assomiglia
a quella di un partito giustiziere e rivoluzionario che rifiutasse l'offerta di
andare pacificamente al governo e si ostinasse a preferire la strada lunga,
oscura e senza speranza delle cospirazioni.
C'era, è vero, la poca rispettabilità dell'offerente.
Ma se non si deve guardare in bocca al cavallo donato, ancor meno si deve
guardare in bocca al donatore dei cavallo. Soprattutto in vista di un fine
eccellente, come quello che qui viene enunciato. D'altronde Gesù non cede
affatto alle pretese del demonio e non si piega in adorazione. Certo Satana, da
buon commerciante, ha cercato di avere il prezzo più alto. Ma non insiste, non
fa l'esoso: gli basta che Cristo diventi il dominatore politico degli uomini;
anche gratis; anche per uno scopo santissimo.
Qui sorge un problema: è possibile impadronirsi della
potenza terrestre senza diventare adoratori di Satana? Sotto il profilo
puramente letterario, la risposta dei Signore si sembra un poco retorica.
"Pace, giustizia, libertà": sono parole che ci appaiono ormai prive
di contenuto. C'è da dire che a quei tempi, che non conoscevano né i discorsi
domenicali dei parlamentari, né i messaggi dei capi di stato, quei termini
conservavano forse ancora qualche significato.
FRAMMENTO 4
Visto Gesù venire a lui, gridò: Ecco l'Agnello di Dio
che toglie il Peccato del mondo
(Gv 1, 29)
Giovanni gridò: Ecco il leone di Giuda, ecco colui
che mette giustizia in questo mondo (Quinto evangelo)
Qui c'è un significativo cambio di animale: il leone
subentra all'agnello e tutto il vangelo ne viene innegabilmente migliorato.
Senza dubbio l'evangelista Giovanni non deve aver ben
capito. Il Precursore aveva descritto il Messia veniente coi tratti più
robusti: aveva, parlato di "scure alla radice", di
"ventilabro" purificatore, di fuoco. Sicché l'immagine dell'agnello
appare decisamente stonata.
Molto meglio il leone. Intanto "è meglio vivere
un giorno da leone che cent'anni da pecora". E poi "chi si fa pecora
il lupo lo mangia", dice il proverbio; e i proverbi esprimono la saggezza
universale, una specie di rivelazione informale della Parola, che solo un
eccesso di clericalismo potrebbe suggerirci di trascurare. Tanto più che anche
il leone è animale biblico e lo stesso evangelista, quasi pentendosi di quanto
scriverà nel quarto vangelo, nell'Apocalisse esclama di Cristo: Ha vinto il
leone della tribù di Giuda".
Qualche spirito superficiale potrebbe non capire la
questione in tutta la sua gravità: agnello o leone sono tutte bestie, tutte
destinate - secondo il profeta Isaia - a pascolare nel medesimo prato.
Invece la sostituzione d'animale è stata decisiva.
All'insegna della pecora, il cristianesimo ha continuato a belare la sua
nostalgia di giustizia in mezzo a un branco di sopraffattori, lasciando in
definitiva tutto immutato. In un mondo di lupi, che bisogno c'era di insegnare
agli uomini ad essere agnelli? Chi ci avrebbe guadagnato, all'infuori dei lupi?
Agli oppressi, agli affamati che cosa poteva
importare un redentore che togliesse i peccati su di sé e li cancellasse? Non
le colpe, ma la miseria e la diseguaglianza essi non riescono a portare da soli
e vogliono scaricarsi dalle spalle.
Ma adesso la nostra speranza rinasce col "leone
di Giuda".
FRAMMENTO 5
Venne Gesù in Galilea, annunciando il vangelo di Dio
e dicendo: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si è fatto vicino. Fate
penitenza e credete nel vangelo.
(Mc 1, 14-15)
Gesù cominciò ad annunciare il vangelo e a dire: li
tempo è compiuto, il regno è vicino. Fate far penitenza e credete nel vangelo. (Quinto evangelo)
"Fate penitenza" nei vangeli convenzionali
non è tanto un'esortazione a mortificarsi, quanto un invito a convertirsi. La
"penitenza" evangelica è un'inversione della mentalità.
Quasi a dire: il Regno che si è fatto vicino è il
mondo ribaltato; ciò che era piccolo, nel Regno è grande; ciò che era grande,
nel Regno è piccolo; ciò che era secondario diventa principale ecc. Sicché chi
vuol riuscire ad infilare la porta del Regno, deve capovolgere se stesso:
allora entrerà diritto in una città rovesciata.
Questa idea della "penitenza" è accettata
dal quinto vangelo, con una delicata variante: "fate far penitenza".
Si tratta di esercitarla non più verso l'interno dell'uomo, ma verso l'esterno.
Non è chi non veda come in tal modo l'operazione del capovolgimento diventi più
facile e più efficace.
Se si tratta di "cambiar testa", molto meglio
cambiare quella degli altri. Il polso è più fermo, il cuore più coraggioso
quando si opera sulla testa altrui. Ché se aspettiamo che ciascuno cambi la
propria, il vecchio mondo non si smantella più.
Questo brevissimo frammento basta da solo a salvare il
messaggio di Cristo per i nostri contemporanei. Noi alleniamo noi stessi -
nelle nostre riflessioni, nei nostri progetti, nelle nostre scelte - soltanto
in vista delle rivendicazioni dei nostri diritti. Tanto a richiamarci ai nostri
doveri, ci pensano già gli altri fin troppo. E in questo senso educhiamo i
nostri figli. Perciò non siamo più avvezzi a batterci il "mea culpa":
il pentimento è un fiore esotico che non può più attecchire nel nostro
giardino.
Dobbiamo dunque rinunciare a questa fondamentale idea
cristiana? Cominciavamo a temerlo, fino a non abbiamo avuto la fortuna di
leggere: "Fate far penitenza". Così la conversione è ancora
predicabile. Perfino il rito del "mea culpa" - questo pittoresco
residuo del monachesimo medievale - si può salvare. Basta batterlo sulla pancia
del vicino. La mano tremerà e i colpi saranno più vigorosi e ben centrati. Si
potrà alla luce di questo nuovo insegnamento proporre una variante alle
pratiche ascetiche quotidiane. Invece del solito esame di coscienza - abitudine
tipica del cristianesimo individualista - proponiamo l' "esame di
coscienza della Chiesa". Con umiltà e con gioia ogni sera la riconosceremo
peccatrice, faremo il proposito per il giorno dopo di cambiarla per quel che ci
sarà consentito e così potremo abbandonarci sereni al sonno del giusto.
FRAMMENTO 6
Al mattino, prima dell'alba, egli si alzò, uscì e se
ne andò in un luogo solitario a pregare. Simone andò a cercarlo coi suoi
compagni. E avendolo trovato gli dicono: Tutti ti cercano. (Mc 1, 35-36)
Gli dice Simone: Maestro, non ti apparti mai in un
luogo solitario a pregare? Rispose Gesù: La mia preghiera è lavorare per gli
altri, la mia solitudine è restare in mezzo alla folla (Quinto evangelo)
La scena di Gesù che ogni tanto si allontana da gente
e perfino dal gruppetto degli apostoli e si rifugia nella solitudine ad
assaporare nella preghiera e nella meditazione la pienezza della sua comunione
col Padre, poteva dar origine a qualche malinteso. In primo luogo sembrava
costituire un argomento a favore dell'opportunità dei silenzio - esteriore ed
interiore - per la ricerca di Dio e l'audizione della sua voce. Come se la voce
di Dio per noi non fosse la voce dei nostri fratelli; anche il grido rauco o la
filastrocca lagnosa del canzonettista, il clamore di folla che per le strade
reclama giustizia, le storielle insulse dei nostri compagni di viaggio. Il
silenzio - questa orribile rivelazione del nulla - non può essere oggi per le
persone normali.
Pascal s'ingannava: non è solo il silenzio degli
spazi infiniti a spaventarci, è anche quello - raro e a minuti frammenti per
fortuna - del nostro piccolo mondo.
Poi c'è l'equivoco della " contemplazione
": oggi giustamente se ne vergognano tutti, anche i cosiddetti ordini
contemplativi. Nessuno deve evadere. Non è un po' comodo staccare gli occhi
dalla terra per guardare il cielo? Tanto comodo che ci si stupisce che siano
così in pochi a volerlo.
Il Dio del cielo è un residuo di mitologia. Dio si è
incarnato in ogni scheggia del nostro quotidiano esistere di uomini: bisogna
cercarlo lì. Il lavoro, la lotta, la discussione, tutto ciò che ci immerge
nella folla, ci pone a contatto con Dio: questa è la preghiera sostanziale.
Simone rivela una mentalità nettamente
post-tridentina: "Non ti apparti mai a pregare?". Ma noi abbiamo
capito che la religione non è un egoistico rapporto personale coi Creatore, ma
la totale fusione del singolo nella comunità: l'importante è l'essere insieme,
è l'essere in tanti, è il ripetersi senza stanchezza a vicenda le stesse
persuasioni. Chi tace è perduto: finirebbe per essere preso dal dubbio o
addirittura da qualche crisi di misticismo.
"Siamo grandi, siamo libere, siamo
straordinarie. Siamo gli animali più straordinari della giungla! Lo diciamo
tutte, quindi deve essere vero", gridano le Bandar-log. Qualcuno potrebbe
maliziosamente vedere raffigurato in questo passo del Libro della Giungla un
moderno convegno di pensatori cristiani. Noi - lasciando da parte ogni ironia -
pensiamo che, proprio perché scimmie, le Bandar-log si rivelano qui molto
vicine all'umanità e al suo commovente tentativo di valicare il vuoto in cui si
trova immersa, vivendo in modo più nuovo ed intenso la vita della comunità,
all'interno della quale ciascuno può sentirsi davvero grande, libero,
straordinario.
L'importante è non restare mai. Neppure per un
momento, soli e in silenzio. Si rischierebbe di cominciare a pensare.
FRAMMENTO 7
Venite dietro a me e io farò di voi dei pescatori di
uomini. E subito, abbandonando le loro reti, lo seguirono. E andando avanti
vide Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello, anch'essi nella loro
barca che stavano riassettando le reti. E subito lì chiamò. E lasciando il loro
padre, Zebedeo nella barca coi dipendenti, si misero al suo seguito (Mc 1, 17-20).
Io vi farò diventare Pescatori di uomini. Gli dicono
i figli di Zebedeo: Dobbiamo allora lasciare le nostre reti, la nostra barca,
il nostro padre per seguirti? Ma Gesù disse: Non sapete quello che dite. Se vi
separerete dagli uomini, come potrete pescarli? (Quinto evangelo)
Il testo di Marco segna l'esordio del clericalismo.
Quelle reti abbandonate sono gravide più di malanni che di pesci. Gli apostoli
con le reti sarebbero
dei fratelli tra i fratelli; gli apostoli stati senza
reti sono diventati una casta: è innegabile, sulle rive del lago di Genezaret
nascono il "clero" e, per opposizione, i "laici". Se i suoi
figli che discendono dalla barca diventano "preti", Zebedeo che ci
resta è l'iniziatore dello stato laicale, del quale meriterebbe di essere
proclamato patrono.
Il fatto nella sua sostanza è certamente avvenuto:
gli apostoli che accompagnano Gesù per le montagne della Giudea non si sono
portati con sé gli attrezzi per la pesca né si sono dati la pena di cercarsi un
altro lavoro decente. Ma è di estremo interesse sapere che Gesù ha separato la
propria responsabilità da questo comportamento.
L'"apostolo" - questa è la sua vera idea -
non deve abbandonare il proprio mestiere perché non deve separarsi dagli altri
uomini. I dodici l'hanno fatto e appaiono sempre come un gruppo segregato in
tutta la vicenda evangelica, ma contro il parere di Cristo. Essi forse si sono
clericalizzati per la loro pigrizia, della quale abbiamo un altro indizio di
rilievo: la decisione raccontata nel libro degli Atti di non mescolarsi ai
fratelli neppure per aiutare a servire alle mense, che non era poi un lavoro
troppo pesante, ma di voler restare a parte, per attendere "all'orazione e
al ministero della parola" (At 6, 2-4).
Come mai Gesù ha potuto tollerare questo travisamento
dei suo pensiero?
Per la sua lungimiranza: egli sapeva che - sia pure
dopo molti secoli - si sarebbe scoperta da parte di alcuni la sua vera
intenzione e si sarebbe alla fine superato il clericalismo dei figli di
Zebedeo.
E per il suo amore di pace: gli apostoli, con la loro
mancanza di tatto, avrebbero potuto rinfacciargli il suo abbandono della
bottega di carpentiere e ne sarebbe sorta una discussione imbarazzante.
FRAMMENTO 8
In quel tempo andò sulla montagna a pregare e passò
tutta la notte a pregare Dio. Poi, fattosi giorno, chiamò i suoi discepoli e ne
scelse
Dodici, ai quali diede il nome di apostoli. (Lc 6, 12-13)
E salì sul monte e chiamò quelli che volle lui. E
vennero da lui. E costituì i dodici, perché stessero con lui e per mandarli ad
annunciare (Mc 3, 13-14).
In quel tempo passò tutta la notte a presiedere la
discussione dell'assemblea dei discepoli per la scelta dei dodici apostoli.
Diceva infatti: Nessuno può veramente rappresentare gli altri uomini, se non è
eletto da loro. Poi chiamò a sé coloro che l'assemblea aveva indicato (Quinto evangelo)
I passi di Luca e Marco, nei quali l'elezione
apostolica sembra piovere dall'alto senza consultazione alcuna della comunità,
sono responsabili di una delle più perniciose malattie che hanno nei secoli
afflitto la cristianità: l'autoritarismo.
"Come il Padre ha mandato me, così io mando voi
" persuasi di questa mistica investitura, come potevano i vescovi
resistere alla tentazione di scambiare il proprio cervello con la volta celeste
e i loro pensamenti come autentiche rivelazioni dello Spirito di Dio? Nacque
così nei pastori della Chiesa l'abitudine di non prendere parere da nessuno, se
non da quelli che presumibilmente concordassero in tutto con la loro propria
opinione: stile che, nonostante le apparenze, era mantenuto con uguale impegno
a tutti i livelli della gerarchia, dagli assistenti di oratorio fino al sommo
pontefice.
E' vero che le cattive applicazioni di un principio
non sono per sé argomento probante contro la bontà e la verità del principio
stesso e non vanno rinnegate le prerogative solo per il timore degli abusi nel
loro esercizio. Diversamente noti dovrebbero essere lasciati agli uomini né la
lingua né gli organi della riproduzione.
Ma il nostro frammento preferisce colpire il male
alla radice, canonizzando per la prima volta il metodo assembleare nella scelta
degli uomini nella Chiesa. Qualcuno ha autorevolmente osservato che
l'intelligenza di un'assemblea è inversamente proporzionale al numero
dei partecipanti: le più pazzesche decisioni dei
dittatori di ogni colore - che sono sempre stati i più fanatici propugnatori
del metodo assembleare integrale - hanno avuto l'approvazione frenetica di
folle oceaniche, anonime e irresponsabili, che alla resa dei conti sono
misteriosamente scomparse. Ma non è il nostro caso. Qui si tratta della
comunità che è sotto
l'azione dello Spirito di Dio e perciò ne possiede i
carismi.
Piuttosto è tutta una nuova ecclesiologia che si
impone da questo quinto evangelo: è la comunità che direttamente riceve il
mandato di evangelizzare e di santificare, e non i dodici. O meglio, i dodici
mandati
dall'assemblea, la rappresentano e assolvono ai loro
compiti in nome e per autorità di tutti i fratelli. Propriamente parlando sono
"apostoli" non di Cristo, ma della "ekklesía", che come assegna
l'incarico così può revocarlo. La visione " piramidale " è nettamente
superata. All'idea "aristocratica" della trama delle diverse
"missioni" che compaginerebbero la Chiesa secondo lo schema antico
(il Padre manda il Figlio, il Figlio manda l'apostolo, l'apostolo manda il
vescovo, il vescovo dà origine alla comunità: idea insostenibile dopo la
Rivoluzione francese), subentra una concezione più democratica e moderna.
C'è l'incongruenza di Gesù, l'Apostolo per
eccellenza, che essendo mandato dal Padre non sembra desumere la propria
missione dall'assemblea dei fedeli. Ma bisogna sperare nel progresso degli
studi teologici: chi ci dice che non esista anche un sesto evangelo, nascosto
in qualche grotta del Mar Morto, che un giorno ci consentirà di correggere
anche questa anomalia?
FRAMMENTO 9
Voi siete la luce del mondo. Non può essere nascosta
una città posta sul monte e neppure accendono una lucerna e la mettono sotto il
moggio, ma sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti quelli di casa. Così
risplenda la vostra luce davanti agli uomini! Perché vedano le vostre opere
buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5, 14-16)
Voi siete una città nascosta e una lucerna posta
sotto il moggio. La vostra luce non abbagli gli uomini, ma risplenda solo al
cospetto dei Padre vostro che è nei cieli. (V Evangelo)
Il problema della Chiesa e della sua condizione tra
gli uomini è tra i più vivi nella teologia del nostro tempo. Gli ultimi due
concili ecumenici ne hanno fatto il tema centrale della loro dottrina.
Solo abbiamo l'impressione che le due pagine di
storia ecclesiastica si siano scambiate di posto. Il Concilio Vaticano primo,
che poteva ancora contemplare l'esistenza di un "popolo di Dio"
credente in Cristo e almeno intenzionalmente sottomesso alla sua legge, ha
elaborato la sua ecclesiologia alla luce del concetto di "Signum levatum
inter gentes". Ai nostri giorni, quando la Chiesa può al massimo sperare
di essere un
"segno" - una voce energica, un chiaro e
inaspettato cartello indicatore - per l'umanità che ha smarrito la fede e
insieme la consapevolezza del suo destino, il Vaticano secondo ha parlato di
"Popolo di Dio". Forse nell'orchestra divina c'è stata qualche
confusione tra le partiture.
In realtà ambedue i concili sono usciti di strada.
Senza colpa di nessuno però, dal momento che questo quinto evangelo per un
gioco misterioso della Provvidenza è stato ritrovato soltanto in quest'epoca
post-
conciliare.
La Chiesa dunque non è né un popolo né un segno.
Non é un popolo, perché al di fuori dei piccoli
gruppi non c'è Chiesa, ma solo un'entità astratta che ha finora usurpato questo
nome. "Dovunque saranno non più di due o tre radunati nel mio nome, io
sarò in mezzo a loro" - ha detto Gesù: ne siamo sicuri anche se questa
variante di Mt. 18, 20 non è stata purtroppo rintracciata tra le carte del
Migliavacca.
Niente città sul monte: la Chiesa è questa rete
sotterranea di microscopiche comunità, che si radunano a discutere con molta
franchezza e con molta fede se il Signore sia o non sia risorto. L'altra,
quella delle cattedrali, non è la Chiesa, è il relitto fossile di una
cristianità ormai estinta.
E non può essere un " segno ". Dovrebbe far
spicco, gridare il suo messaggio, ascoltato o no che sia, far notare
continuamente la sua presenza. Dovrebbe rivestire non solo i preti e le suore,
ma tutti i battezzati di un abito diverso, che colpisca, faccia pensare,
ricordi. Dovrebbe costruire chiese e perfino campanili, anche soltanto per
richiamare l'idea del Regno e di una vita diversa da questa.
Ma ci sarebbero due inconvenienti. Il primo,
gravissimo, è che per essere un "segno" deve distinguersi dal mondo,
dalle sue convenzioni, dai suoi gusti, e talvolta contrastare con essi. Il
secondo è quello di mettere a repentaglio la sua umiltà e il suo amore al
nascondimento, rischiando di approdare all'ostentazione e al trionfalismo.
Meglio restare sotto il moggio. C'è tra l'altro il
vantaggio che non ci si avvede neppure della differenza quando la lucerna si
spegne.
FRAMMENTO 10
Chi non è con me, è contro di me (Mt 12, 30). Chi non
è contro di noi, è per noi (Mc 9, 40).
Chi è contro di noi, è per noi (Quinto evangelo).
Una certa confusione è presente, come sì vede, già
nei vangeli canonici. Mentre l'aforisma di Matteo denota un atteggiamento di
intransigenza e di massimalismo da Controriforma, quello citato da Marco si
intona con la larghezza di spirito proprio del Concilio Vaticano II.
Luca, che ha la vocazione dei pacificatore, a buon
conto li riferisce ambedue, lasciando ai suoi lettori il compito di trovare la
giustificazione logica dell'accordo (Lc 9, 50; 11, 23).
Ma sopravviene il quinto evangelo e ogni tentativo di
concordismo appare del tutto inutile.
Chi giova di più al Regno?
Coloro che vivendo dall'interno la vita della Chiesa
si lasciano avvolgere dalla forza persuasiva e trasformante della Parola di
Dio; tengono desta l'attesa dell'incontro col Signore, e si studiano di vivere
ogni giorno nel silenzio e nel nascondimento la vita d'amore per Dio e per gli
altri, persuasi che il più bel regalo che possono fare agli uomini è la loro
stessa esistenza cristiana, che diventa luce per gli smarriti, pace per gli
inquieti, inquietudine per i sazi; oppure i cristiani "anonimi",
coloro che dal di fuori, lavorano ignari per la causa della verità e della
giustizia, con onestà, con disinteresse, con sincero desiderio di ricerca?
Né gli uni né gli altri, ci dice il nostro frammento.
La questione è superata. I più efficaci artefici del Regno sono i demolitori
dall'interno. Quelli che combattendo e perfino irridendo la fede dei semplici,
li costringono a farsi adulti; quelli che lottando contro ogni struttura e ogni
autorità impongono a tutti un salutare stato di incertezza, di smarrimento, di
angosciata perplessità, ben lontano da ogni serenità illusoria e antievangelica;
quelli che nella propria casa sanno cogliere il male anche quando è scarso,
senza lasciarsi incantate dal bene, anche quando è copioso.
E' vero: è una misteriosa e valida legge dello
spirito, che non arrivano a percepire il male negli altri, se non quelli che
hanno una insufficiente esperienza del bene nel loro cuore. Benedetta allora la
trave che c'è nell'occhio nostro, se proprio essa ci consente di cogliere la
più piccola pagliuzza nell'occhio della Chiesa, e di procedere senza sentimentalismi
alla correzione di questa nostra indocile madre.
Si sa: l'educazione dei genitori è l'opera più
difficile, ma anche la più meritoria. E sarà anche la meglio ricompensata.
Cristo ci sarà senza dubbio riconoscente per questa nostra capacità di trovare
le rughe sul volto della sua sposa e a tempo debito non mancherà di
manifestarci sensibilmente la sua gratitudine.
FRAMMENTO 11
Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra,
perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai furbi e le hai rivelate ai
piccoli (Mt 11, 25)
Ti ringrazio o Padre perché hai voluto rivelare i
misteri del Regno ai dotti e agli intelligenti,- che così li potranno spiegare
ai semplici (V Evangelo)
L'importanza di questo frammento sta nel fatto che
esso fonda lo "status" dei teologi professionisti nella Chiesa;
status che finora mancava di un supporto biblico evidente.
Che i dotti e gli intelligenti di cui qui si parla
siano gli insegnanti della "sacra doctrina" è fuori discussione.
Quali altri potrebbero meritare questa qualifica? Non certo i vescovi che di
intelligenza non sono privi, ma per modestia non ne fanno sfoggio troppo
frequente e hanno la cultura tra i cari ricordi della loro giovinezza.
D'altronde, se non fosse possibile attribuire a loro
neppure questo accenno evangelico, come potrebbero i teologi rivendicare la più
sacrosanta delle loro libertà, quella dal Magistero, senza di che finirebbero
per essere confusi con i fedeli?
Essi cercano talvolta di appoggiarsi ad altri passi
quali l'esortazione di Paolo a Timoteo di predicare la parola "opportune
et importune", cioè a proposito e a sproposito [Cfr. Concilium,
anno V, fasc. I, 1969]. Ma illegittimamente, poiché il diritto di parlare a
sproposito è sempre stato una prerogativa episcopale: Timoteo è senza dubbio
insignito del carisma apostolico.
La Rivelazione, ci si dice, discende dai teologi ai
"semplici". Si chiarisce
In tal modo che i "magistri" cui sono stati
affidati i misteri dei Regno - anche se hanno l'obbligo di recarsi alla scuola
di tutti pensatori alieni dalla fede, per evitare il pericolo di arroccarsi
nella loro inespugnabile cittadella e di costituire come un corpo estraneo
nell'odierna società - non devono affatto preoccuparsi delle opinioni del
popolo cristiano devoto, quello, per intenderci, che viene ancora a messa la
domenica e crede negli angeli custodi.
Sarà piuttosto il popolo cristiano devoto a doversi
preoccupare del continuo del continuo superamento del pensiero teologico e a
inseguirlo come potrà.
Come si vede, secondo un ordine prestabilito discende
per gradi la verità nel popolo di Dio.
FRAMMENTO 12
Avete udito che è stato detto: non commettere
adulterio. Io invece vi dico: Chiunque guarda una donna con desiderio ha già
commesso con lei adulterio nel suo Cuore (Mt 5, 27-28)
Vi era stato detto: Chiunque guarda una donna con
desiderio impuro, ha già commesso con lei adulterio nel suo cuore. Ma adesso io
vi dico: Non bisogna esagerare. La donna è fatta per l'uomo e l'uomo per la
donna. Purché tutto si faccia per amore (Quinto evangelo).
E' questo il solo frammento che, richiamandosi
esplicitamente a un loghion registrato dai vangeli tradizionali, lo
supera per approdare a una visione più alta e rasserenante.
Ed è una fortuna incalcolabile che sia stato
scoperto. Il discorso della montagna nella sua forma fin qui nota poteva essere
proposto a una società prefreudiana, non alla nostra, che ha finalmente le idee
chiare sull'uomo e sulla donna: essa sa che il sesso è una realtà così semplice
e innocente, da non meritare l'attenzione ossessiva che da sempre gli ha
prestato la
morale comune; e insieme è una forza tanto
travolgente e fondamentale per l'uomo, che deve invincibilmente assorbire e
marchiare ogni suo pensiero, ogni suo impulso, ogni suo momento di vita.
Con divina intelligenza, Gesù in questo testo non
aggredisce dal di fuori l'impulso sessuale per coartarlo con norme oggettive,
ma cerca di lievitarlo dal di dentro, facendone essenzialmente un'espressione
d'amore e quindi un incontro personale, dove è irrilevante la natura di ciò che
si compie, perchè tutto si valuta dalla capacità di comunione che è insita
nella reciproca attrattiva e nella reciproca donazione.
Si arriva in tal modo alla perfetta libertà
interiore, che tutto consente, tranne l'ipocrisia o la debolezza di sentirsi
attratti da impegni, da vincoli, da considerazioni esterni all'impulso d'amore.
Una libertà dove ogni timidezza deve essere
travalicata da un'audacia autenticamente evangelica: sicché se il tuo occhio
destro non ci vede bene, tu guarda con il sinistro, e se la tua mano destra è
troppo cauta, adopera la sinistra.
Tuttavia, nota acutamente il Maestro, "non
bisogna esagerare". L'invito è nel frammento rivolto ai puritani e agli
inibiti. Ma noi, coll'equilibrio che ci contraddistingue, lo estendiamo anche
all'altro fronte: per una sana attività sessuale, sia pure non inceppata da
inutili moralismi, una certa moderazione è salutare.
FRAMMENTO 13
Chi rimanda la propria moglie e ne sposa un'altra,
commette adulterio nei confronti della prima; e se una donna ripudia suo marito
e ne sposa un altro, commette adulterio (Mc 10, 11-12).
Se qualcuno rimanda la propria moglie e ne sposa
un'altra - a meno che la prima sia imbruttita ai suoi occhi - commette
adulterio. Chi poi sposa la divorziata compie un vero atto di carità. (Quinto Evangelo)
Abbiamo qualche dubbio sull'autenticità di questo
frammento. Da tutto il quinto evangelo Gesù appare come un uomo dalla
straordinaria larghezza di idee, ma c'è un limite a tutto. Qui si difende non
solo il divorzio, ma addirittura il libero amore. Anche la citazione della
regina delle virtù, la carità, appare almeno sorprendente in questo contesto.
Sicchè ci sembra legittimo il sospetto - anche se non
c'è nulla sotto il profilo della critica testuale che ci dia argomenti atti a
convalidarlo - che queste righe siano state introdotte da qualche copista
malevolo, al fine di screditare tutto il nostro prezioso manoscritto. Tuttavia,
sia o no opera di un falsario, questo brevissimo brano ha per lo meno, circa il
divorzio, il pregio della limpidità.
A nostro avviso su questo argomento le posizioni
veramente logiche sono due. O si accetta che l'unione sponsale crea tra i
partecipanti una vivente unità che tocca le radici profonde dell'essere e
soggiace intatta a tutte le sopravvenienti vicissitudini della vita: "un
solo corpo", come si esprime la Scrittura; e in tal caso è del tutto
inutile andare alla ricerca di casi pietosi o drammatici che giustificherebbero
la divisione: come non si può più sopprimere un nuovo essere cui s'è dato
l'esistenza, così quest'"unico corpo" resta al di là delle volontà
che l'hanno costituito. O non si ammette che questo nuovo essere esista, e
allora è abbastanza ipocrita stendere l'elenco delle situazioni che
legittimerebbero il divorzio: non ne esiste nessuna più grave della mancanza di
amore. Se c'è amore, anche l'ergastolo o il manicomio di uno dei coniugi non
sono ragioni sufficienti; se non c'è amore, anche l'ergastolo o il manicomio
non riuscirebbero a rendere il vincolo più insopportabile di quanto già non
sia.
In conclusione se non si volesse accettare l'idea
prenapoleonica dell'indissolubilità e si decidesse di prestare fede a questo
quinto evangelo, il libero amore resterebbe di questo problema l'unica
soluzione schietta, coerente, totale.
FRAMMENTO 14
Il Regno di Dio è simile a un uomo che ha seminato
grano nel campo. Dorma o sia levato, di notte o di giorno, il grano germoglia e
cresce senza che egli lo sappia. La terra produce spontaneamente lo stelo, poi
la spiga, poi il grano nella spiga. E quando il frutto è pronto, egli vi mette
la falce, perché la messe è matura. (Mc 4, 26-29)
Il Regno di Dio è simile a un uomo che avendo
seminato nel suo campo non si dà più pace, non dorme di notte, non sta fermo di
giorno, e non si rassegna ad aspettare fino al tempo dei raccolto. (Quinto Evangelo)
Questa parabola è rivolta a scuotere dalla sonnolenza
i pacifisti del Regno di Dio, quelli che, col pretesto della fiducia nella
Provvidenza e nella forza interiore della Parola e dei sacramenti, cercano di
sottrarsi all'angoscia e all'inquietudine, sentimenti caratteristici del vero
cristiano.
In un mondo che è diventato in tutto problematico, la
ricerca della serenità di spirito costituisce un peccato di egoismo. In un
tempo che scandisce le sue ore all'insegna della frenesia, dove tutto è
affanno, agitazione, apprensione, cruccio, irrequietezza, tormento, travaglio,
parlare di pace interiore significa colpevolmente separarsi dalla condizione
umana e perfino irriderla senza sensibilità.
Anzi il cristianesimo aggiunge altri e più sottili
motivi di malessere e di rodimento a quelli che gli uomini possiedono in conto
proprio e, se ci è consentito usare questo linguaggio, ne sublima ed esaspera
la drammaticità.
La parabola è poi un correttivo mirabile a quella
deformazione teologica che è l'"escatologismo ", cioè la facilità con
cui ci si perde nella contemplazione della fine del mondo e ci si dispensa - in
vista dell'immancabile venuta del Regno di Dio - dalla ricerca del successo
immediato.
Se questo stato d'animo prevalesse, allora
necessariamente l'angoscia - questa fondamentale virtù cristiana, questo regalo
del cielo a una terra troppo tranquilla - non riuscirebbe a sostenersi e si
piomberebbe in una placidità indegna di un discepolo di colui che ha detto:
"Io sono venuto a portare non la pace ma la spada". Per
fortuna questa malattia non è ora troppo diffusa: sono, grazie al cielo, molto
numerosi gli apostoli che non concedendo tregua né a sé né agli altri, né di
giorno né di notte, si costituiscono candidati per l'esaurimento e per
l'infarto, autentiche e meritorie forme di martirio della vita moderna.
FRAMMENTO 15
Ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è
simile a un padrone che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie (Mt 13, 52)
Colui che è esperto nella dottrina dei Regno di Dio è
simile ad un padrone di casa che non può soffrire le cose vecchie, e getta via
prima di sera ciò che ha comperato alla mattina (Quinto Evangelo)
Come capita spesso ai personaggi delle parabole,
anche questo padre di famiglia ha un comportamento stravagante. Si potrebbe
addirittura parlare di una vera e propria mania, con diritto a un posto
nell'elenco delle aberrazioni mentali.
Ma al di sotto di questo rivestimento letterario c'è
uno dei più decisivi insegnamenti evangelici. il cristianesimo è la religione
del "nuovo".
In esso ciò che è vecchio è irrimediabilmente
condannato.
C'è però una misteriosa legge dell'esistenza per cui
il "vecchio" e il "nuovo" non sono due categorie della
realtà avulse tra loro e perfettamente incomunicabili: anzi il vecchio di oggi
è il nuovo di ieri, e il nuovo di oggi sarà il vecchio di domani. Sicché il
culto della novità comporta necessariamente lo spasimo del cambiamento.
A ben guardare è questa la prerogativa della
giovinezza spirituale. Chi non muta è decrepito, chi è ancora capace di mutate
è giovane di spirito, chi poi è incapace di non mutare è arrivato a mentalità
di fanciullo che assegna i posti più alti nel Regno dei cieli.
E non è a credere che tutto questo valga solo nel
campo della moda, del linguaggio, delle mogli, dei gusti musicali, delle
consuetudini di vita, dove le variazioni esprimono senza dubbio la floridezza
di una personalità. Anche nel campo delle convinzioni vige la stessa legge.
Alle antiche filosofie che rozzamente classificavano
i concetti in veri e falsi, giusti ed errati, è subentrata una concezione più
sottile, più sfumata, soprattutto più aderente alla vita - la quale è un
perpetuo fluire e ha in orrore ogni fossilizzazione - per cui il giudizio di
merito per le idee, come per le uova, è stabilito dal loro grado di freschezza.
Si determina così nel cristiano "giovane"
la corsa all'ultimo ritrovato, che è caratteristica della civiltà dei consumi;
corsa affannosa all'ultimo ritrovato del mattino è il penultimo della sera.
Non sappiamo nascondere una certa pena nei confronti
del padrone che ci ha offerto lo spunto per queste note: è così occupato a
cambiare l'arredamento che non ha mai il tempo di prendere stabilmente dimora.
Sempre intento a preparare una vita che non vive mai.
FRAMMENTO 16
Capita dei Regno dei cieli come di un ladro che,
entrato di notte in casa di un uomo ricco, non vede il cofanetto pieno di
gioielli preziosi e s'affanna a forzare la cassaforte, dove sul far dell'alba,
impaziente ed esausto, trova solo il testamento del padrone e le sue lettere
d'amore. (Quinto Evangelo)
Questa parabola che - tranne per la figura del ladro
- è del tutto originale, non ci riesce di facile penetrazione. Rinunciamo
perciò al solito commento, pregando al tempo stesso gli eventuali lettori di
inviarci al più presto la loro esegesi.
L'analisi che sarà giudicata migliore dalla
commissione dei nostri esperti verrà pubblicata nella seconda edizione di
questo evangelo.
FRAMMENTO 17
Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un
banchetto di nozze per suo figlio, ma tutti gli invitati rifiutarono di venire.
Allora fu radunato il consiglio della corona e si ricercarono le cause
dell'insuccesso. E uno disse: I servi hanno sbagliato l'ora, dovevano studiare
il momento opportuno.
E un altro disse: Non dovevano presentarsi con la
loro livrea, ma vestiti come tutti gli altri.
E un terzo: Non hanno saputo capire la mentalità dei
destinatari e adattarsi al loro linguaggio.
Uno osservò: Forse non sono venuti perché non avevano
voglia di venire.
Ma tutti gli diedero contro (Quinto Evangelo)
Rinunciamo anche qui al solito commento per l'opposta
ragione. Il senso di questa parabola ci sembra ovvio. Ci limitiamo soltanto a
una nota di biasimo all'indirizzo dell'ultimo consigliere che con spirito
superficiale e qualunquista ha potuto pensare a una soluzione tanto semplice
dell'enigma.
FRAMMENTO 18
Il Regno di Dio è simile a un suonatore di flauto
chiamato a una danza di gente svogliata. Suona un motivo allegro e nessuno
balla, suona una nenia funebre e nessuno piange. E più cambia e più la gente si
disinteressa di lui. (Quinto
Evangelo)
Se non vediamo male, l'insegnamento di questa
parabola è in netto contrasto con quanto è detto nel quindicesimo frammento.
Il nostro parere è che queste righe siano frutto di
interpolazione e pertanto non possano essere accolte come parte di questo
quinto evangelo.
Per questa ragione rinunciamo a qualunque tentativo
di illustrazione.
FRAMMENTO 19
Il Regno dei cieli è simile a un mercante in cerca di
perle preziose. Avendone trovata una di gran pregio, va, vende tutto ciò che
possiede e compera quella perla (Mt 13, 45-46)
Il Regno dei cieli è simile a un saggio mercante di
perle, che avendone trovata una preziosa cerca di tirare di prezzo perché non
vuol rinunciare né alla perla né al suo denaro (Quinto Evangelo).
E' una condanna inequivocabile dell'integralismo e
insieme una più umana presentazione del messaggio di Cristo.
L'uomo aborre da ogni posizione esclusiva. Raramente
vuole una cosa sola. Ogni piccola scelta comporta una grande rinuncia, perciò
dalle scelte si cerca di rifuggire. Spesso non ce se ne avvede neppure: ogni
atto di volontà che si porti su un oggetto, include altri atti, altri oggetti,
diversi o addirittura in contrasto. Sotto questo profilo la poligamia è molto
più radicata nel mistero del cuore umano di quanto comunemente si creda.
Non sempre le iniziative di Dio tengono conto di
questa caratteristica della nostra natura. Tutti i guai dell'umanità sono
derivati dalla prodigalità divina. Dio chiama l'uomo ad altezze incredibili, lo
vuole partecipe della conoscenza, dell'amore, della vita che anima e fa ricca
dall'interno la natura stessa del Creatore. Noi siamo invece gente modesta. A
noi basterebbe una piccola felicità terrestre da sbocconcellare tranquilli in
qualche oscuro angolo dell'universo. La nostra superiore vocazione mal si sposa
con la nostra mediocrità: tra le pretese dei Signore e le limitate aspirazioni
del servo il matrimonio è mal combinato.
Il peccato di Adamo forse sta proprio in questo: il
desiderio - più che del male, che sarebbe inspiegabile in un essere equilibrato
e innocente - di una
"pura natura" rassicurante di fronte alle
ebbrezze vertiginose del "soprannaturale".
Con un Dio dalle idee tanto grandi, noi siamo costretti
a difendere piuttosto energicamente la nostra banalità. E' un Dio focoso e
imprudente: a noi tocca perciò custodire un po' di saggezza.
Poiché il nostro sogno è l'appartamento di tre locali
più i servizi, non ci sentiamo attirati dalle praterie sconfinate del Regno.
O meglio, potremmo anche rassegnarci alla Gerusalemme
celeste, purché i tre locali più i servizi ci vengano intanto lasciati.
Ci piace la perla, ma ci piace anche il nostro poco
denaro, caldo, palpitante, palpabile, sicuro. E ci conforta il sapere che anche
Gesù a un certo momento si è deciso a moderare l'esuberanza integralista del
Padre e a convenire sulla bontà della strada di mezzo e delle piccole
aspirazioni comuni.
FRAMMENTO 20
Secondo voi, se un uomo possiede cento pecore e ne
perde una, non lascia le altre novantanove il sicuro sui monti per andare alla
ricerca della smarrita, E se riesce a ritrovarla, in verità vi dico, ha più
gioia per questa che non per le novantanove che non si sono perdute. (Mt 18, 12-13)
Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo
cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l'ultima pecora per la
sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l'ovile, se ne va
all'osteria a discutere di pastorizia (Quinto evangelo).
Cominciamo ad applaudire alle novantanove pecore
perdute: non è un comune smarrimento il loro, piuttosto è una forma di protesta
contro l'idea stessa di ovile.
L'immagine dell'ovile evoca la recinzione, la
chiusura, la segregazione dagli altri. Come possono gli "altri" unirsi
al gregge, se a un certo momento nel loro cammino si imbattono in una barriera?
Senza dire che la vita di ghetto - al riparo dal
pericoli, ma anche dalle emozioni dell'avventura - finisce per deformare la
personalità e ingenerare dei complessi, di inferiorità o di superiorità a
seconda dei temperamenti, da cui difficilmente si guarisce. Meglio per una
pecora il rischio del lupo che la certezza dell'avvilimento nell'ovile.
Può capitare che il pastore non sia sufficientemente
perspicace per rendersene conto: in tal caso bisogna avere il coraggio di
forzare la mano. L'esodo di massa, registrato nella parabola, è il mezzo più
efficace per fare intendere la ragione a chi si ostina a chiudere gli occhi.
Una volta smantellato l'ovile, allora si potrà tornare tutti insieme: pecore,
lupi e altri animali, e ci sarà un solo branco senza un solo pastore.
Nella parabola però il pastore capisce la ragione,
tanto che si secca per l'unica pecora rimasta.
Quest'animale - cui va riconosciuto obbiettivamente
un certo non conformismo - basta da solo a rovinare l'avvento di un'epoca
nuova: finché c'è lui c'è l'ovile, e finché c'è l'ovile, le pecore in libertà
avranno qualche inquietudine sulla saggezza della loro evasione. E non è bene:
anche ad essere ben divorate giova una certa interiore tranquillità.
Fuori dunque, o pecora renitente! Ti si deve
necessariamente costringere ad essere libera. Anche perché tu, da sola, fai
perdere al tuo custode tempo e fatica, e impedisci così il progresso della
cultura. Solo quando anche tu avrai preso coraggiosamente il sentiero del
bosco, il pastore potrà discutere coi suoi colleghi i mezzi più adatti per far
prosperare un allevamento. Solo quando non ci sarà più l'ovile (e neppure le
pecore) si potrà elaborare in tutto il suo rigore scientifico - senza
compromessi con le condizioni concrete e con la sopravvivenza delle concezioni
superate - una vera e compiuta teologia pastorale.
FRAMMENTO 21
Che giova all'uomo conquistare il mondo intero, se
poi perde la propria anima?
(Mt 16, 26)
Che giova all'uomo salvare la propria anima, se poi
non riesce a conquistare il mondo? (Quinto Evangelo)
Si noterà come il testo di Matteo sia perfettamente
antitetico al nostro. E' probabile che un copista distratto abbia scambiato tra
loro i termini "anima" e "mondo", dandoci così nel primo
evangelo un insegnamento addirittura opposto a quello veramente inteso dal
Signore.
Si noterà anche come questo frammento riesca
finalmente a concordare l'idea della "alienazione" (di origine
marxista ma oggi assioma fondamentale di tutto il pensiero cristiano
contemporaneo) con la predicazione di Cristo.
Veramente il concetto era implicito anche negli
evangeli canonici. Per essi "alienato" è l'uomo che, creato per
conoscere, amare e servire Dio, si perde nella conquista della terra; destinato
a una vita eterna, si lascia prendere dall'affanno del giorno; in grado di
conoscere dalla meditazione della Parola le ultime notizie sul mondo e sul
Regno, è avido di ascoltare
il telegiornale e di leggere le riviste di attualità
cattolica.
Analogamente "alienato" è il cristiano che
essendo incapace di adempiere al suo compito di testimoniare le cose dell'alto,
"dove Cristo è assiso alla destra del Padre ", cerca di farsi
perdonare la propria fede rivestendola di un umanitarismo inconcludente o
identificandola con la rivoluzione e la violenza.
Sulla stessa linea "alienato" è il prete
che non riuscendo a interessare al Regno i suoi parrocchiani o anche solo a
organizzare i suoi chierichetti, evade dalla sua missione specifica nelle
"questioni di fondo" e nei "problemi generali".
Questo concetto di "alienazione" però ha il
demerito di essere scandalosamente originale. Per esso la causa prima
dell'infelicità umana non starebbe tanto nelle strutture opprimenti quanto
nello smarrimento dell'ultimo fine: un uomo che non conosce più la ragione
essenziale del suo stesso esistere non può non essere un candidato alla
disperazione, dalla quale si difende come può.
Ma tutti vedono come questa idea sia inaccettabile.
farebbe del cristianesimo una concezione non solo estranea, ma addirittura
ribelle alle filosofie oggi più accreditate. Uno che a tutti costi la
sostenesse, si porrebbe per ciò stesso al di fuori della storia e riuscirebbe
incomprensibile ai suoi contemporanei.
Il quinto evangelo ci inette provvidenzialmente in
guardia: non lasciamoci distrarre dalle solite banalità sulla salvezza
dell'anima e sul Paradiso. Il vero cristiano sa che la sua unica legittima
preoccupazione è la conquista del mondo; non per volontà di dominio, si
capisce, ma per assicurare a tutti giustizia, felicita, benessere e, se è
possibile, una perfetta riposante oscurità circa il significato della vita.
FRAMMENTO 22
Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato prima me.
Se foste del mondo, il mondo amerebbe la sua proprietà: ma poiché non siete dal
mondo e io vi ho presi dal mondo, per questo il mondo vi odia. (Gv 15, 18-19)
Se il mondo vi odia, è segno che non lo capite.
Conformatevi al mondo e il mondo vi salverà. (Quinto evangelo)
L'attitudine da prendersi nei confronti del mondo ha
subito ai nostri giorni nell'insegnamento dei migliori teologi e nella
convinzione dei cristiani più illuminati un'accelerata evoluzione.
"Fuggiamo il mondo!", dicevano gli antichi
asceti. "Salviamo il mondo!", ribattevano gli apostoli di tutti i
tempi. E per secoli la disputa si sostanziò della contrapposizione di questi
due enunciati, senza che fosse possibile risolverla con la soppressione di uno
dei termini. Se pur disputa c'era: in realtà il mistico anche nella sua
solitudine si sentiva al servizio della salvezza dei fratelli e l'apostolo nel
suo lavoro per gli altri cercava di non soggiacere ai dettami della società
mondana.
Ma in questi ultimi tempi abbiamo compreso che il
torto era di entrambi. Il mondo non deve essere né fuggito né salvato: è già
salvo da sé, Perché tutto quello che c'è in esso, tutte le sue idee, le sue
aspirazioni, le sue abitudini, hanno una loro Positiva bontà, che attende solo
di essere capita e apprezzata.
Anzi, e qui la nuova luce raggiunge il pieno
meriggio, occorre lasciarsi salvare dal mondo: chi se ne distacca o, peggio,
chi tenta di opporre resistenza, è irrimediabilmente perduto.
Così noi oggi ammiriamo l'umiltà e la larghezza di
spirito dei nuovi cristiani che invocano ogni giorno più intensamente per sé e
per la Chiesa quella redenzione che solo il mondo può apportare: chi altri ci
può liberare dalla nostra angusta visione della realtà, dalle inibizioni e
dalle remore di natura morale, dalla mania aberrante del sacrificio, della
rinuncia, del senso del dovere?
C'è chi mutua dal mondo (ma forse qui si esagera un
po') perfino il riscatto dalla concezione di un Dio trascendente, e in fin dei
conti oppressivo, che antecedentemente al parere della nostra coscienza decida
del bene e del male.
"Conformatevi al mondo e il mondo vi
salverà!". Nonostante l'apparente contraddizione, abbiamo qui espressa con
forza la legge suprema dell'anticonformismo, l'unica ad essere cordialmente e
universalmente accettata. Tutti siamo anticonformisti e spesso in un modo
veramente inaspettato.
Anticonformista è colui che coraggiosamente decide di
non andare più a messa in un'epoca in cui il novanta per cento non ci va.
Anticonformista è colui che sa oltrepassare tutti i
tabù sessuali, dal momento che "fanno tutti così". Anticonformista è
quell'uomo che sa perfino vestirsi come la sua bisnonna, purché lo facciano al
tempo stesso tutti quelli della sua tribù.
Anticonformista è chi accetta questa concezione
dell'anticonformismo, poiché non è contestata da nessuno.
"Per il mondo non prego", avrebbe detto
Gesù secondo l'evangelo di Giovanni. Ci ha sempre lasciati perplessi questa
frase senza misericordia. Ma forse adesso ne cogliamo il significato: non
dobbiamo pregare per il mondo, che non ha nessun bisogno della nostra
preghiera. Noi piuttosto abbiamo bisogno del mondo, se non vogliamo essere
relegati in un angolo coi nostri inutili rimpianti, solitari conformisti che
fanno vergognosamente spicco nell'anticonformismo universale.
FRAMMENTO 23
Se vuoi entrate nella vita, osserva i comandamenti (Mt 19, 17)
Se vuoi entrate nella vita eterna, osserva i dettami
della tua coscienza. (Quinto
evangelo)
Questo frammento formerà senza dubbio la gioia dei
moralisti contemporanei, i quali tendono ogni giorno di più a semplificare il
loro compito con l'appello alla coscienza del singolo.
Soprattutto darà una chiara giustificazione biblica
all'idea, sempre più diffusa tra i cristiani, che non va ricercata nessun altra
regola di moralità al di fuori del sentimento interiore del bene e del male.
Per la verità non si tratta di una nuova dottrina: da
sempre la morale cristiana ha insegnato che la norma propria dell'agire per
l'uomo concreto è la sua coscienza personale, che egli deve sempre seguire,
qualunque cosa comandi o proibisca.
La novità consiste piuttosto in una rinnovata
concezione, della coscienza e delle sue funzioni. La mentalità antica riteneva
che la coscienza fosse soltanto l'altoparlante interiore in grado di
trasmettere la legge di Dio: era perciò essenziale ad essa la capacità di
restare in sintonia con la voce divina; senza di che, diventava inservibile
come una radio ricevente che non riuscisse più a mantenere il collegamento con
l'emittente voluta. In questa visione, il primo compito imposto dalla coscienza
non era di rinvenire dentro di sé i suoi contenuti, ma di ricercarli nei
comandi del Signore. Il primo imperativo della coscienza era di scrutare la
legge.
Secondo l'opinione che oggi si generalizza invece, la
coscienza non pare debba uscire da se stessa: stia attenta ai propri desideri,
alle proprie ritrosie, ai propri entusiasmi, ai propri languori, e non avrà
bisogno d'altro. La conoscenza delle norme oggettive le è estranea e quindi
indifferente.
E così si è finalmente venuti a capo di un equivoco:
si era fino a questo momento pensato che la coscienza fosse un mezzo dato da
Dio per far conoscere la sua volontà: si è adesso capito che essa è in realtà
un regalo molto più prezioso; è un mezzo per dispensare l'uomo dall'incomodo di
conoscere la volontà di Dio. Tutto è così reso più facile: la coscienza è
l'abolizione della legge. E' la liberazione dalla schiavitù dei precetti e
della casistica. L'imperativo morale è perfettamente semplificato:
- sono leciti i rapporti prematrimoniali? segui la
tua coscienza;
- come devo compilare denuncia dei redditi? segui la
tua coscienza;
- mi è lecito compiere un aborto, se ho già tre figli
da mantenere? segui la tua coscienza. La quale non va affatto informata, ma
solo seguita.
E non è appena il mestiere di moralista a venire in
tal modo agevolato, è anche quello più impegnativo di uomo.
Tanto più che, nonostante le apparenze, non c'è nulla
di più arrendevole della coscienza che non si raffronti continuamente con la
legge divina. All'uomo che obbedisce alla coscienza senza preoccuparsi affatto
di conoscere il parere di Dio, la ricompensa è immanente: la coscienza finisce
sempre per obbedire all'uomo senza recargli più nessun disturbo.
Anche colui che ha preso l'abitudine di avvelenare di
tanto in tanto le proprie zie per ottenerne in anticipo l'eredità. al funerale
della quarta troverà che la sua coscienza (come la zia) non ha nessuna protesta
da fare.
FRAMMENTO 24
Disse a uno: Seguimi! Ma quello disse: Signore,
consentimi prima di andare da mio padre. Gli disse: Lascia che i morti
seppelliscano i loro morti: tu va e annunzia il Regno di Dio. Gli disse un
altro: Ti seguirò, Signore, ma lascia che mi accomiati da quelli di casa mia.
Gli disse Gesù: Nessuno che mette mano all'aratro e
poi si volta indietro è adatto al Regno di Dio (Lc 9, 59-62).
E Gesù disse a uno: Seguimi per cinque anni, poi
potrai tornare ad attendere ai tuoi affari. E a chi gli diceva: Cinque anni
sono troppi! - rispose: Vieni per sei mesi e così farai una bella esperienza (Quinto Evangelo)
Negli evangeli canonici Cristo lancia i suoi appelli
coll'aria di chi ignora l'esistenza dei contratti a termine.
Hapax,
"una volta per sempre", è in tutto il Nuovo Testamento un
concetto di base: e non solo nei confronti dell'azione salvifica del Signore,
ma anche dell'adesione degli uomini a lui. All'hapax di Gesù, che si è
sacrificato tutto in una donazione unica e pienamente sufficiente, corrisponde
l'hapax dell'uomo, che si deve consacrare senza riserve e senza
pentimenti.
Tuttavia, secondo i principi dei migliori teologi
contemporanei, anche questa dottrina, come tutte le altre, va capita
storicamente: è sorta condizionata da circostanze che oggi non esistono più e
perciò deve essere tutta ripensata secondo le categorie della cultura odierna.
E' ad esempio innegabile che lo stile evangelico
nasce in una società che non conosce le vendite rateali, le quali sono al
contrario uno dei pilastri dell'attuale economia. Il "tutto subito",
anche per la vocazione apostolica, suppone un mondo che ancora non è arrivato
all'invenzione delle cambiali. Sarà necessario dunque procedere a una
"traduzione" in termini più accessibili a noi.
In questo il frammento ci aiuta.
Ci aiuta con il suo senso di umanità: di fronte alla
durezza del testo di Luca che abbiamo citato, risalta la discrezione, la
dolcezza, si direbbe, di questo invito. Ci sentiamo capiti: qui c'è uno che ci
legge dentro e sa che niente ci raggela più delle parole "sempre" e
"mai". Incidentalmente rileviamo che trova qui il suo fondamento
l'uso secolare nella Chiesa dei voti temporanei, che fino adesso mancava di un
supporto biblico persuasivo.
E il frammento ci aiuta con la sua
"modernità". Gesù sa con occhio profetico penetrare con venti secoli
di anticipo l'indole degli uomini del nostro tempo.
Essi sono generosi, avidi di donarsi, di spendere la
loro esistenza per uno scopo; ma non vogliono legami irresolubili. Sono
disposti anche a dare la vita per il Regno di Dio, purché non sia per un
periodo di tempo troppo esteso.
Soprattutto sono ansiosi di sperimentare: il fine
supremo è arricchirsi di sensazioni inconsuete. Oggi l'uomo vuol essere e
restare aperto, o, come preferisce dire, disponibile.
Per qualche mese è capace anche di fare il
missionario in situazioni di estrema difficoltà. C'è gente che, se la cosa non
va per le lunghe, sa anche affrontare l'emozione di vivere in povertà, castità
e obbedienza.
Così, hanno qualcosa di originale da raccontare
raduni del clan, quando le disparate esperienze di tutti sono messe a
confronto.
FRAMMENTO 25
Vi sono degli eunuchi che si sono resi tali da se
stessi per il Regno dei cieli. Capisca chi può... (Mt 19, 12)
Ci sono di quelli che per Regno dei cieli, laddove lo
esiga il bene della comunità, si astengono dal generare per qualche tempo. E
non dovrebbe essere una cosa difficile da capire. (Quinto Evangelo)
La questione dei celibato di consacrazione è ricca di
sfumature che non hanno nessuna eco nel testo di Matteo, dove tanto crudamente
si parla di "eunuchi", di gente posta in una condizione senza
ritorno. Nel confronto, si impone alla nostra attenzione la finezza di questo
frammento.
Qui non pare si tratti del celibato dei preti: Gesù
si riferisce infatti a coloro che si preoccupano del Regno dei cieli, al punto
di farne il senso e il fine
della propria esistenza.
Tanto più che al presbitero non è dato di estraniarsi
dalla comunità, vivendo una vita diversa da quella dei suoi fratelli: egli deve
in tutto assimilarsi a loro per essere compiutamente uno di loro, sia pure al
loro servizio. Ora nessuno è più straniero di chi è programmaticamente celibe
in un popolo di coniugati. Sicché se il dilemma sta nel conformarsi o a Cristo,
che è vergine, o agli altri cristiani che di regola vivono nel matrimonio, il
sacerdote illuminato non ha esitazioni: sceglierà di essere come tutti.
Se qualcuno vuol rinunciare provvisoriamente al
matrimonio, lo farà soltanto in ordine al bene della sua comunità. Non dunque
per imitare il Signore; né perché sente che "il tempo è breve" e
decide di anticipare le condizioni proprie del Regno, dove non ci saranno né
mogli né mariti; e neppure per essere partecipi dell'amore sponsale con cui
Cristo si dona alla Chiesa. Ma solo per il temporaneo vantaggio della comunità.
In ogni caso, non si può diventare degli
"eunuchi" spirituali: non è ammissibile una decisione irrevocabile.
Il celibato ha valore se è frutto di una libera
determinazione. Chi ha preso, sia pure spontaneamente, un impegno che lo
vincola per tutta la vita, diventa prigioniero di una norma; l'obbligo si fa
per lui una catena giuridica che lo astringe dall'esterno e ne impaccia la
crescita spirituale.
La scelta celibataria più valida dovrebbe essere
presa quotidianamente: ogni sera si ricupera quella libertà che al mattino può
ridare - se lo si ritiene opportuno - vigore e ricchezza a un'altra decisione
giornaliera.
Come si vede, non si tratta di consacrare una vita,
ma di programmare il proprio, servizio per un breve spazio di tempo.
Del resto c'è qualche immoralità in un impegno
perpetuo: chi può dirsi psicologicamente padrone di tutto il suo avvenire?
Sarà forse concepibile la rinuncia alle donne che si
sono conosciute nel passato: ma se la donna destinata a noi è ancora nel grembo
del futuro? Non è mostruoso il sacrificio dì ciò che ancora non si conosce?
A simili abnegazioni ci si può in coscienza obbligare
soltanto a breve scadenza.
Al limite, possiamo anche concludere che il più
libero e consapevole voto di castità, e quindi il più prezioso, sia quello che
vincola lo spazio di tempo - lungo o breve che sia - che va da un rapporto
coniugale, all'altro.
FRAMMENTO 26
Giuda l'Iscariota, uno dei discepoli che stava per
tradirlo, disse: Perché questo profumo non è stato venduto per trecento denari,
per darli ai poveri... Ma Gesù disse: Lasciala stare: doveva conservarlo per il
giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avrete sempre con voi; me
invece, non mi avrete sempre.
(Gv 12, 4-8)
E Gesù disse a Maria, sorella di Lazzaro: Un profumo
di trecento denari noti poteva essere venduto per aiutare i poveri? Giuda
mormorò: Guarda! proprio quello che volevo dire io. (Quinto Evangelo)
Si va per grazia di Dio diffondendo nella cristianità
la convinzione che bisogna economizzare al massimo sulle spese di culto, perché
appaia più luminoso il primato della povertà e della carità tra i discepoli di
Cristo.
Qualcuno però educato in clima di trionfalismo
potrebbe a questo proposito sollevare diverse obiezioni. Ci si potrebbe ad
esempio meravigliare che un giovane esiga a gran voce dai vescovi di
manifestare la loro consacrazione a Cristo con una croce di legno, e poi non
ritenga il legno materia adatta per esprimere il suo amore sponsale. Ma è una
meraviglia fuori luogo: l'affetto che lega i fidanzati e i coniugi tra loro è
una cosa veramente seria, ed è giusto sia rappresentato dalle gemme e dall'oro.
Oppure si potrebbe trovare a ridire sull'abitudine
invalsa ormai tra i sacerdoti più aperti e sensibili di risparmiare - in nome
dell'austerità evangelica - sui fiori, sulle luci, sui paramenti degli altari,
e invece di non lesinare affatto sulle sigarette, il whisky, la birra e,
ahimè!, la coca-cola per il sostentamento e il ristoro delle interminabili
discussioni sulle malefatte della Chiesa dei ricchi. Ma sarebbe un non capire
l'esatta gerarchia dei valori.
C'è chi arriverebbe perfino a difendere le immense,
ornatissime chiese del passato col pretesto che in fin dei conti sono state
volute ricche, grandi, stupende da tutto un popolo che magari viveva in
catapecchie ma si sentiva felice di avere una casa di Dio - e dunque una casa
dei figli di Dio - che con la sua magnificenza gli richiamasse la gioia del suo
destino e il significato della sua dolorosa esistenza. I sassi contro le
cattedrali non sono mai stati scagliati da coloro che vivevano in tuguri di
legno su pavimenti di terra battuta, ma a quelli che - non avendole costruite e
camminando ogni giorno nelle proprie case sul marmo e la ceramica - sanno
vittoriosamente resistere al loro fascino e superare la loro insidia sottile.
Gli antichi ritenevano che fosse preferibile vivere
il distacco dai beni nelle abitazioni e trovare nel duomo cittadino
l'appagamento al desiderio di bellezza e di grandezza. Più saggiamente nella
civiltà moderna si pensa che ad ogni ambiente debba essere riservato il suo
compito proprio: la casa di Dio richiami la povertà evangelica, e la nostalgia
dell'uomo per un ideale di vita luminosa trovi la sua più alta forma espressiva
nei servizi igienici , con le loro maioliche e le loro cromature.
Tuttavia l'argomento principe dei trionfalisti era di
carattere biblico: il rimprovero rivolto a Maria, la sciupona, per i trecento
denari effusi nel culto affettuoso di Cristo appariva nei vangeli tradizionali
un sentimento meschino del cuore senza amore di Giuda, l'unico della compagnia
capace di fare dei calcoli.
Ed ecco risultare evidente da questo frammento che le
antiche narrazioni sono tendenziose: in realtà il Maestro era dello stesso
avviso del più prudente, assennato e caritatevole dei suoi discepoli. E' vero
che poi lo ha tradito; ma non ci sentiremmo, in questo clima di apertura
ecumenica, di condannare per un solo errore tutti i pensieri e i fatti della
vita di un uomo.
FRAMMENTO 27
Ed entrato nel tempio cacciò tutti i venditori e i
compratori che vi si trovavano. Rovesciò i tavoli dei cambiavalute e i banchi
dei mercanti di colombe. E disse loro: Sta scritto: La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera, ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri. (Mt 21, 12-13)
Ed entrato nel tempio vide la folla dei venditori e
dei compratori e disse: Questo luogo è diventato una spelonca di ladri, ma la
cosa non mi preoccupa, tutto il mondo è infatti un tempio in cui si adora Dio
in spirito e Verità. (Quinto
evangelo)
Non c'è in tutto il Nuovo Testamento - che però ha
diversi accenni in proposito - un passo che in modo più esplicito di questo
permetta di superare il concetto di "sacro" per arrivare all'idea dei
"religioso" sostanziale, che non ha necessità di una verniciatura
rituale per essere teatro dell'incontro tra l'uomo e Dio.
Per ciò stesso che un luogo viene sacralizzato, tutti
gli altri sono definiti profani e quindi sottratti alla destinazione originale
di "creature" che col loro stesso essere rivelano e richiamano il
Creatore. Se dedichiamo un giorno alla divinità, la derubiamo di tutti gli
altri. Se un gesto viene separato e diventa rituale, si sconsacrano con questo
tutti i gesti comuni.
Come si vede, il "sacro" insidia e soffoca
il "religioso"; e mentre il "culto" si dissecca
sconnettendosi dall'autenticità dell'esistenza, la vita viene privata di ogni
spontaneo riferimento a Dio e diventa atea.
Si può facilmente comprendere allora l'entusiasmo che
coglie molti teologi cattolici di fronte all'"eclissi del sacro",
innegabile nel mondo moderno. E' una delle conquiste più alte della civiltà
contemporanea: una vera liberazione spirituale che prelude al rinascimento del
genuino senso di Dio.
Lasciamo dunque che i compratori e i venditori
profanino i templi: ne affretteranno la fine. Quando finalmente non ci saranno
Più chiese e tutte le nostre case saranno luoghi di culto; quando non
distingueremo più domeniche perché tutti i giorni della settimana sono di Dio;
quando non avremo più riti e preghiere, perché tutto nella nostra esistenza, il
cibo. l'amore, il sonno, il lavoro, il gioco, la lotta sono una vera orazione e
una sostanziale liturgia, allora tutti gli uomini vivranno in perfetta e
continua adesione al Signore e lo ricorderanno senza soste e senza stanchezze.
Tuttavia c'è invincibile in noi qualcosa dell'antica
mentalità "sacrale" che non ci lascia quieti.
E se l'analisi storica fosse errata? Se lo
smarrimento del senso di Dio non dipendesse dall'affermazione del
"sacro" e fosse piuttosto l'eclissi del sacro una semplice
conseguenza dello smarrimento del senso di Dio? La situazione sarebbe molto più
grave di quella che viene prospettata dall'ottimismo teologico contemporaneo, e
forse non basterebbe la desacralizzazione a rinvigorire la fede.
O se - a tal punto ci tiranneggiano interiormente i residui ancestrali e l'assuefazione dello spirito - il "sacro" fosse una necessità psicologica per la sopravvivenza del "religioso&quo